Il discorso di Carataco

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Tacito rappresenta la sintesi degli storici dell’antichità greco-romana. Pur cercando di indagare le cause dei fatti e l’affidabilità delle fonti, Tacito amava anche parlare delle tradizioni dei popoli e dei loro costumi. Amava molto i germani e i britanni, e aveva avuto modo di conoscerli seguendo il suo padre putativo Agrippa, il generale che pacificò la Britannia. Tra le tante storie che racconta che quella di Carataco, capo della tribù dei catuvellauni, che combatté contro l’invasione romana promossa dall’imperatore Claudio fino ad essere sconfitto e catturato nella battaglia di Caer Caradoc. Secondo il costume dei romani fu portato a Roma per essere esposto alla folla e giustiziato assieme a tutta la sua famiglia, ma Claudio prima di farlo uccidere gli chiese se avesse qualcosa da dire. Tacito riporta il suo discorso, che sicuramente è stato in tutto o in parte inventato da lui, ma che rappresenta comunque una bella pagina di storia perché, come sosterranno poi anche Plutarco e Montanelli non è necessario riportare fedelmente i discorsi e le frasi significative dei personaggi famosi, quando non si conoscono o non esistono si possono sempre inventare delle frasi verosimili, che ben si adattano al personaggio. La descrizione di Tacito e il discorso di Carataco sono i seguenti:

Egli poi, come accade a coloro che sono traditi dalla sorte, dopo avere chiesto asilo a Cartimandua, regina dei Briganti, è incatenato e consegnato ai vincitori, nove anni dopo l’inizio della guerra in Britannia. La fama di lui, divulgatasi per le isole e le provincie vicine, divenne popolare anche in Italia e tutti desideravano vedere l’uomo che per tanti anni si era fatto gioco della nostra potenza. Neppure a Roma era ignoto il nome di Carataco e Cesare, volendo esaltare il proprio prestigio, accrebbe la gloria del vinto. Il popolo fu invitato come ad uno spettacolo di eccezione e le coorti pretorie furono schierate in armi nel piano posto innanzi al loro quartiere. Allora, avanzandosi i clienti del re, si videro anche gli ornamenti guerreschi, le collane e i trofei riportati sui popoli stranieri; venivano poi i fratelli, la moglie e la figlia; e da ultimo apparve egli stesso. Gli altri si abbassarono per paura a lamentose preghiere, ma Carataco, senza chinare gli occhi o implorare misericordia, come fu davanti al palco reale, così parlò:

“Se nella prospera fortuna avessi avuto moderazione pari alla mia nobiltà e alla mia potenza, io sarei venuto in questa città quale amico, e non prigioniero; né tu avresti disprezzato l’alleanza di un uomo nobile per stirpe e signore di molte genti. Quanto la presente fortuna è per me misera, tanto è per te gloriosa. Avevo cavalli, uomini, armi, ricchezze: non per mia volontà li ho perduti. Se voi volete comandare a tutti, ne segue forse che tutti debbano accettare la servitù? Se mi fossi subito consegnato a voi senza opporre resistenza, né la mia sventura né la tua gloria sarebbero famose; e anche la mia morte ne cancellerebbe ogni ricordo: al contrario, se mi concederai salva la vita, io sarò eterna testimonianza della tua clemenza.”

Normalmente i prigionieri al massimo imploravano clemenza, e normalmente glielo si faceva fare solo per umiliarli ulteriormente prima di ucciderli. Ma Claudio acconsentì e graziò tutti quanti, e Carataco e la sua famiglia continuarono a vivere a Roma, scomparendo per sempre dalla storia. Alcuni possono considerare triste questa storia e vile il suo comportamento, ma fu una scelta sensata e senza vergogna, fatta per salvare la sua famiglia e gli altri che con lui erano stati catturati. La guerra era ormai perduta, e non potendo morire gloriosamente in battaglia doveva almeno proteggere i più deboli che avevano fiducia in lui. Carataco è la versione celtica di Geronimo, che braccato per anni dall’esercito americano alla fine decise di arrendersi per evitare che le donne e i bambini tra quei pochissimi che ancora erano con lui morissero di freddo e di fame sulle montagne. Speriamo che Carataco abbia fatto una fine migliore di Geronimo (andò in una riserva e morì cadendo ubriaco in un fosso e rimanendo lì al gelo).

Tacito amava la moderazione, la clemenza e la saggezza negli imperatori, così come amava la sincerità, il coraggio e la libertà dei “barbari”. Come Tucidide ed Erodoto potevano essere solo greci, ma vedevano i limiti dei loro compatrioti, così Tacito non poteva che essere romano, ma detestava la mollezza e gli agi della società in cui viveva. Forse è il destino di tutti i grandi storici non amare i paesi in cui sono nati.

Se potesse vedere gli imperi di oggi, e la morte riservata ai capi dei barbari come Gheddafi, sicuramente Tacito penserebbe che si stava meglio ai tempi del buon Augusto.

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