Il crollo di Babilonia dopo Hammurabi – il pericolo della centralizzazione politica e dell’interconnessione economica

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Codice di Hammurabi, bassorilievo al Louvre

Il re babilonese Hammurabi è ricordato per il suo codice di leggi scritte, il primo della storia che sia conosciuto, e per aver riunificato la Mesopotamia in un unico impero partendo dai suoi modesti possedimenti attorno alla città di Babilonia.

Poco si dice, però, di solito riguardo al declino del primo impero babilonese, che seguì la morte di Hammurabi.

 

Babilonia era in una posizione molto favorevole, nel punto in cui il Tigri e l’Eufrate erano più vicini. Dal momento che tutti gli equilibri di potere della Mesopotamia derivavano dal controllo dei fiumi, quella posizione strategica era preziosa. Tuttavia prima di Hammurabi Babilonia non era particolarmente importante, e i domini della città erano molto ridotti. A sud prosperavano Isin e Larsa, e la città di Uruk, mentre tutta la Mesopotamia settentrionale era unita in un regno, di cui Babilonia era uno stato vassallo.

Hammurabi riuscì prima a distruggere la supremazia di Isin e Larsa, e poi a espandere il suo regno anche al nord, fino ai confini con l’Assiria.

 

Era indubbiamente un grande condottiero, ma arrivato al limite della Mesopotamia si fermò, evitando di farsi trascinare dai suoi successi in una serie infinita di guerre. Anche il suo codice dimostra come non fosse interessato solo alle conquiste, ma pensasse al governo dello stato.

In verità dalle tavolette di argilla che riportano le sue lettere dirette ai vari governanti e funzionari delle città sotto il suo controllo possiamo dire che Hammurabi era quello che gli spagnoli definiscono un “culo de piedra”, cioè un uomo di stato che si impegna per molte ore al giorno in lavori da burocrate stando seduto a leggere e scrivere.

Hammurabi si perdeva in ogni dettaglio del suo regno, voleva sapere ogni questione, anche la più piccola, e parlava con i suoi subordinati di tutti questi casi. Governava l’impero allo stesso modo che usava quando aveva solo un piccolo regno. Questa fu la causa principale della grande fioritura dello stato babilonese: l’economia era molto migliorata, vennero costruite varie fortificazioni per difendere i confini, segno che esisteva un esercito stabile che le presidiava e lo stato era in grado di pagarlo.

Ma fu anche la causa del suo rapido declino.

Hammurabi non era riuscito a creare un sistema imperiale, una burocrazia, dei giudici, dei governanti locali abbastanza indipendenti, anche se non troppo, che potessero essere in grado di mandare avanti lo stato dopo la sua morte. Il figlio non aveva le stesse capacità e attenzione ai dettagli del padre, nessuno ce l’aveva del resto, e l’impero crollo abbastanza rapidamente.

Le varie città della Mesopotamia avevano conosciuto una grande crescita economica, ma essa derivava da un grande accentramento del potere, e l’estrema razionalizzazione e il grande controllo di Hammurabi avevano reso le città interdipendenti, favorendo gli scambi commerciali dei prodotti e delle risorse che mancavano in determinate aree, e coordinando questi scambi. Finché il potere centrale era solido ed efficiente non ci furono problemi, ma dopo la morte di Hammurabi non funzionava più niente. Le città settentrionali quasi immediatamente ritornarono a essere delle città-stato indipendenti senza nessuna rivolta, per decisione spontanea dei governatori regionali e della classe sacerdotale. Il resto dell’impero crollò successivamente, fino ad arrivare al sacco di Babilonia da parte degli hittiti.

 

L’errore di Hammurabi fu quello di non costruire una stato che potesse sopravvivergli. Governò per circa 42 anni, quindi ebbe tutto il tempo per farlo, ma probabilmente gli mancava la volontà e l’interesse, o forse non si rendeva nemmeno conto di quale sarebbe stato l’inevitabile futuro. Forse aveva creato un impero senza uscire dalla mentalità di piccolo regnante locale.

Ci sono altri esempi più o meno vincenti di organizzazione statale nell’antichità. Una alternativa era quella dei satrapi persiani, che erano dei governatori con una larghissima autonomia (specie quando erano molto lontani dal cuore dell’impero, come in Battriana, al confine con l’India) e il costante pericolo di rivolte e tradimenti, ma che permettevano allo stato di non dover avere un imperatore che tenesse dietro a tutte le questioni specifiche di un territorio sterminato. La Persia, data l’enorme dimensione che raggiunse, non aveva, in effetti, altra alternativa.
L’Egitto pure, nonostante il faraone fosse considerato un dio, delegava gran parte del potere di amministrare il territorio al visir, che era una sorta di viceré, che si occupava di cose come la nomina dei governatori e dei magistrati locali, o questioni legali come dispute su chi fosse proprietario di un certo pezzo di terra. Mentre le lettere di Hammurabi dimostrano come si occupasse lui personalmente di tutte quelle cose.

 

La storia di Hammurabi getta una luce sinistra anche sul mondo moderno. Le nostre città sono molto più interconnesse di quelle dell’antica Babilonia, basta pensare a come l’approvvigionamento di cibo dipenda interamente dalla funzionalità delle autostrade e delle ferrovie. In tutto il periodo premoderno le città hanno consumato i prodotti delle campagne circostanti, e solo in casi eccezionali c’erano città molto importanti che attiravano commerci da molto lontano, e basavano buona parte della loro sussistenza su territori lontani (come la Roma imperiale, dipendente dal grano dell’Egitto). Oggi per noi è assolutamente normale mangiare cose che provengono da tutte le parti d’Italia e d’Europa, le campagne non possono garantire la sussistenza di nessuna città italiana.

Cosa succederebbe se il potere centrale andasse in crisi? O se ci fosse una guerra e autostrade e ferrovie fossero bombardate, oltre alle stesse città? Sarebbe il caos, lo dimostra ora il popolo greco che teme di non saper più come mangiare perché il governo è impotente; e lo dimostrano ogni tanto gli scioperi dei camionisti che basta che durino due o tre giorni per svuotare gli scaffali dei supermercati e far lanciare pericolosi allarmi. Siamo abituati a un mondo in cui le merci viaggiano continuamente senza alcuna interruzione e da ogni parte del mondo, la nostra ricchezza e la nostra comodità derivano da quello, ma è un benessere che non può essere mantenuto sempre in ogni circostanza. Bisognerebbe rendere le città più indipendenti e autosufficienti, puntando su orti cittadini e colture idroponiche per la produzione di alimenti, e sui pannelli solari per la produzione decentrizzata di energia, senza dover dipendere da qualche centrale elettrica chissà dove, almeno per le necessità fondamentali.

 

Il lungo periodo di pace esterna e tranquillità interna ci ha illusi che il futuro sarà sempre così, allo stesso modo in cui il lunghissimo regno di Hammurabi aveva illuso i babilonesi e lui stesso che bastava andare avanti così per continuare a prosperare, ma si tratta in entrambi i casi di situazioni fortunate, e si sistemi politici ed economici che non sono fatti per fronteggiare periodi di crisi.

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