La diffusione delle armi da fuoco in Giappone

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La diffusione delle scoperte scientifiche non è una cosa ovvia. Oggi ci aspettiamo che quando una tecnologia nuova e più efficiente viene scoperta essa venga più o meno prontamente adottata da uno stato, quantomeno se ha i soldi e le risorse materiali e tecniche per usufruirne. Ci sono tuttavia diversi casi in cui una tecnologia si diffonde inizialmente, ma poi viene abbandonata in favore di tecniche più primitive e inefficaci. Questo può accadere per diverse ragioni culturali, politiche o economiche in stati geograficamente isolati e non sollecitati dalla competizione con altre popolazioni. Questo aspetto della storia è stato analizzato da Jared Diamond nel suo libro “Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni”, in cui viene usato come esempio la diffusione delle armi da fuoco in Giappone alla fine del XVI secolo. All’inizio gli archibugi vennero analizzati e i giapponesi li copiarono e perfezionarono per diversi anni, poi vennero introdotte regole sempre più restrittive su chi poteva fabbricarli e chi poteva possederne uno, fino a quando praticamente smisero di essere prodotti. Il Giappone era allora geograficamente e politicamente isolato, non aveva nemmeno nemici contro cui avesse bisogno di usare armi da fuoco, e così quella tecnologia venne abbandonata fino a quando le navi americane non costrinsero i giapponesi ad aprire i loro porti con la forza, e il Giappone si lanciò nella modernizzazione del paese nella seconda metà del XIX secolo. I samurai, che erano allora la classe dominante, ritenevano le spade un simbolo del loro status, e non avendo un bisogno pratico delle armi da fuoco preferirono farne a meno.

Diamond è un bravissimo biologo che è riuscito a cambiare notevolmente il modo di vedere la storia negli ultimi anni, tuttavia non conosce approfonditamente la storia e la società del Giappone e commette su di essa un paio di errori abbastanza grossolani nel suo libro (l’altro riguarda la scrittura giapponese e non è rilevante per l’argomento trattato qui). L’adozione delle armi da fuoco non venne fatta genericamente dalla società giapponese, né da uno stato specifico (e allora non esisteva uno stato giapponese perché il Giappone era diviso in una miriade di stati combattenti). Fu Oda Nobunaga a capire subito le potenzialità degli archibugi comprandone una certa quantità dagli europei e poi cercando di fabbricarli lui stesso. Nobunaga era un personaggio eccezionale, molto simile a Napoleone per le sue abilità di generale e per la sua incrollabile forza di volontà; fu grazie a lui che incominciò a crearsi uno stato unitario, e fu anche grazie alle armi da fuoco che Nobunaga riuscì a sconfiggere i daimyo (samurai a capo di altre famiglie con i loro eserciti e territori) avversari conquistando buona parte del Giappone. Nobunaga era un samurai, ma era estremamente pragmatico, e deciso a distruggere qualunque avversario si frapponesse tra lui ed il potere assoluto; gli archibugi erano un’arma estremamente efficace da usare in battaglia: non erano ancora ben conosciuti dagli avversari che non avevano equipaggiamenti e tattiche adatte per contrastarli, e allenare degli archibugeri era molto più veloce che non allenare dei samurai a combattere con la spada, l’arco o la lancia, magari anche a cavallo.

Questo spiega come mai le armi da fuoco si diffusero così rapidamente in Giappone, e come mai furono anche perfezionate dagli stessi giapponesi meglio di quanto succedesse allora in Europa. Il Giappone era allora comunque geograficamente isolato, e, anche se non aveva ancora chiuso i suoi porti al commercio con l’estero, non si può certo dire che fosse aperto alle idee e alle innovazioni straniere. Gli archibugi furono scoperti dai giapponesi solo perché due portoghesi naufragarono sulle loro spiagge, portando con loro un paio di armi. Ma il fatto di non avere nessuna pressione esterna per lo sviluppo delle armi da fuoco non ha fermato i giapponesi, perché Nobunaga aveva una utilità interna nel loro sviluppo, dovendo combattere contro gli altri samurai. Il problema nacque dopo la morte di Nobunaga e la creazione di uno stato unitario da parte di Ieyasu Tokugawa, allora le guerre erano finite e non c’era più nessuna utilità per gli archibugi visto che erano finiti i nemici interni e non ce n’erano di esterni. Venuta a mancare l’utilità pratica incominciarono a pesare i giudizi di carattere sociale e culturale contro le armi da fuoco: il fatto che “la spada è l’anima del samurai” fu una delle principali ragioni di critica, oltre al fatto che si trattava di armi di origine straniera. Il governo Tokugawa procedette sempre di più in una politica di isolamento, per proteggersi dalle influenze dei missionari e dei mercanti europei che incominciavano ad arrivare in quei decenni (e a cui, giustamente, temevano sarebbero seguiti i soldati). Il cristianesimo aveva cominciato a diffondersi pericolosamente in Giappone (per quanto i giapponesi non capissero granché della nuova religione, anche per le difficoltà linguistiche dei missionari che non sapevano come tradurre concetti che non esistevano in giapponese), e il governo sposò l’idea di chi preferiva cacciare via gli stranieri e rifiutare qualunque tipo di loro idea. Un’altra ragione dell’interruzione della produzione delle armi da fuoco era il loro potere sociale: essendo relativamente facili da usare se fossero cadute nelle mani dei contadini avrebbero potuto creare rivolte molto pericolose, mentre le katane (le spade giapponesi) richiedevano un lungo allenamento per imparare ad usarle (senza si rischia di tagliarsi un braccio o una gamba da soli); in un periodo in cui il governo non doveva più preoccuparsi molto dei daimyo (che dopo aver perso la loro indipendenza, le mura dei loro castelli, e buona parte del loro esercito non facevano molta paura) doveva pensare soprattutto alle rivolte dei contadini, che erano sempre sfruttati fino all’osso (“il contadino è come una spugna che va strizzata più che si può, gli va lasciato solo il minimo indispensabile per sopravvivere”, diceva un proverbio del tempo).

Così anche un paese isolato può portare avanti una sua ricerca scientifica, a patto che ci siano dei vantaggi nel farlo, o ci sia una competizione interna tra diversi gruppi e le nuove tecnologie siano utili in questa lotta. Certo l’isolamento o un gran numero di contatti con diverse civiltà sono fondamentali per determinare la facilità e la velocità con cui una tecnologia può diffondersi ed essere accettata, ma non è una caratteristica indispensabile per lo sviluppo tecnologico. Molta parte hanno anche la mentalità della popolazione e le scelte dei governanti, ad esempio nell’Europa medievale c’erano contatti tra tutti i paesi, c’era anche il latino come lingua comune (almeno tra i dotti), ma quasi tutte le innovazioni vennero dal mondo arabo perché la cultura e l’economia dell’alto medioevo sembrava fatta apposta per strangolare qualunque invenzione tecnica autoctona, un po’ perché il cristianesimo focalizzava la sua attenzione sul mondo dell’aldilà, e un po’ perché le uniche persone istruite facevano parte del clero, e si occupavano più facilmente di teologia o filosofia piuttosto che di agricoltura, metallurgia, botanica, fisica (e quando lo facevano era spesso per accordarle con la religione, come con la creazione del sistema aristotelico-tolemaico) o altre scienze pratiche.

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Un Commento

  1. Baker Street Boy
    Pubblicato il 29/03/2012 alle 00:26 | Permalink

    Questo articolo per me sarà interessantissimo da leggere, ma ora sto per andare a letto.. A domani, e grazie per tutti i tuoi commenti, Massimiliano.

    Dario

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