Il boom dell’eroina con la guerra in Afghanistan

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L’invasione dell’Afghanistan, oltre alle morti dirette dei civili afghani e dei soldati, e indirette per colpa degli attentati e del caos dovuto alla mancanza di potere del nuovo governo, ha portato una conseguenza ancora più negativa.

Per vendicare la morte di tremila persone gli americani ne hanno uccise centinaia di migliaia nel corso di questi anni, e chiaramente quella era solo una scusa risibile. Fosse anche stata sincera il bilancio finale è chiaramente fallimentare comunque. Ma oltre a quei morti sul posto, ci sono altri morti causati dall’invasione in tutto il resto del mondo.

L’eroina deriva dal papavero d’oppio, una particolare specie di fiore che cresce solo in quattro regioni del mondo: nel sud est asiatico, in Sudamerica, in Messico e in Afghanistan. Cresce spontaneamente anche in Italia e in diversi altri paesi, ma non è possibile creare delle piantagioni grandi abbastanza da servire al commercio di droga. Dopo l’invasione dell’Afghanistan la produzione di papaveri, e quindi di eroina, è aumentata enormemente, perché i talebani avevano severamente proibito quel tipo di coltivazioni (e severamente proibito da loro significava che ai contadini venivano rotte gambe e braccia). I militari della Nato e il nuovo governo afghano non hanno invece fatto niente di incisivo, in parte perché non vogliono usare la violenza, in parte perché sono troppo deboli per usare la violenza, e in parte perché sono stati corrotti dai trafficanti di droga per chiudere un occhio. Il risultato è stato che l’Afghanistan già nel 2004 produceva l’87% dell’eroina di tutto il mondo, che la sua disponibilità è enormemente aumentata, e per le leggi di mercato essendo aumentata l’offerta il costo dell’eroina è sceso a picco negli ultimi anni.

I contadini afghani scelgono di coltivare il papavero unicamente per soldi. Sono poverissimi, e la loro terra è così arida che sono pochissime le coltivazioni che possono attecchire decentemente. I papaveri vengono pagati molto meglio delle alternative normali e lecite, che invece li costringerebbero a fare la fame, anche se comunque è sempre una miseria in confronto a quanto fanno guadagnare i trafficanti di droga. È stato fatto anche il tentativo, anche da parte dei soldati italiani, di spingere i contadini a coltivare lo zafferano, che può essere venduto a prezzi molto alti essendo una spezia abbastanza rara e ricercata, ma l’esperimento non ha avuto grande successo. I contadini probabilmente si domandavano “adesso ci sono i soldati a difenderci dai trafficanti di droga che vogliono che coltiviamo i papaveri, ma quando questi se ne saranno andati chi ci difenderà?”. Inoltre quando (non se, perché gli afghani già lo sanno) torneranno i talebani, se dovesse esserci un embargo contro l’Afghanistan i contadini a chi dovrebbero venderlo lo zafferano? Una coltivazione a scopo commerciale ha bisogno di un mercato, e i contadini avrebbero bisogni di finanziamenti per convertire le coltivazioni. Inoltre il papavero è sempre facilmente concorrenziale, ai trafficanti basta pagare un po’ di più di prima i contadini e risulta sempre più profittevole di qualunque altra pianta.

L’intervento in Afghanistan ha quindi causato milioni di morti in tutto il mondo in conseguenza dell’aumento del consumo di droga. Sono decine di milioni se si considera che poi i proventi del traffico di droga vengono reinvestiti in altre attività illecite e dannose da parte delle organizzazioni criminali, come il commercio di armi o la prostituzione. E sono centinaia di milioni le persone in qualche modo toccate dal problema, perché i drogati distruggono famiglie, rubano per procurarsi la droga, creano danni e sono un peso per la società. E tutto questo è avvenuto solo per vendicare tremila morti, perché il terrorismo sarebbe il grande problema del mondo di inizio secolo, un mondo in cui ogni anno milioni di persone muoiono di cancro ai polmoni per via del fumo, o per incidenti stradali, o per infarti dovuti al colesterolo e all’obesità, senza che nessuno scateni guerre sante contro il fumo, le macchine o i McDonald. Di terrorismo invece muoiono qualche migliaio di persone all’anno, quasi tutte in Iraq, Afghanistan, Pakistan e Israele.

La parte povera del mondo non se la passa meglio. L’economia afghana ha visto enormi entrate dall’impennata della vendita dell’oppio, ma sono solo i pochi potenti che gestiscono dall’alto i traffici a godere dei profitti. La società è stata distrutta, i tossicodipendenti sono un milione, forse un milione e mezzo. L’economia “normale” che era basata sull’agricoltura e l’industria tessile non esiste più. Il governo, l’esercito e la polizia sono corrotti dal grande flusso di capitali provenienti dagli aiuti dell’Onu per ricostruire il paese, dalla Cia per combattere i talebani, e dai trafficanti per le tangenti. Spesso gli stessi politici trafficano droga, il fratello di Karzai era uno dei più grandi trafficanti del paese prima di morire un paio d’anni fa. L’esportazione della democrazia è stata solo l’esportazione della corruzione e della tossicodipendenza. E questo non vale solo per l’Afghanistan, perché l’uso di droga si è espanso enormemente anche in Pakistan, e, nonostante il governo autocratico e integralista, anche l’Iran non è riuscito a fare niente contro l’enorme aumento di drogati negli ultimi anni.

Tutte le guerre hanno conseguenze che vanno al di là del numero di morti e dei danni materiali causati dal conflitto. Nel caso delle guerre moderne queste conseguenze sono spesso mondiali, e praticamente sempre negative, se non per le poche persone che hanno la fortuna di poter tirare le fila dei commerci che girano attorno alla guerra. Ci si è domandati spesso se esiste una guerra giusta, il che è una domanda difficile perché coinvolge giudizi morali e l’idea di giustizia (che non è intesa nello stesso modo da tutti).

Sarebbe molto più semplice, vedendo questi esempi, chiedersi se la guerra è conveniente. E per chi è conveniente.

Libri sulla droga e l’Afghanistan

  • Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri

    Il genio dei greci battezzò le droghe con la parola pharmakon, che significa al tempo stesso medicina e veleno: dipende dalla consapevolezza, dall’occasione e dal singolo individuo se l’una cosa travalica nell’altra”. Antonio Escohotado ricostruisce qui i comportamenti di fronte alle droghe lungo tutta la storia del genere umano, mettendone in luce i diversi utilizzi, a scopi religiosi, o terapeutici, o puramente edonistici. Allo stesso tempo, vengono esaminate le varie politiche limitative e repressive di volta in volta adottate dalle istituzioni pubbliche. Ne scaturisce un quadro di informazioni assai dettagliate e di notizie spesso curiose che mostra come la storia delle droghe accompagni passo a passo tutta la vicenda degli uomini costituiti in società.

  • Missione oppio. Afghanistan: cronache e retroscena di una guerra persa in partenza

    La produzione e il traffico di droga in Afghanistan sono aumentati da quando la guerra è iniziata, nel 2001. La missione di pace della Nato, che aveva promesso anche un contenimento e uno sradicamento di questa economia illegale, ha miseramente fallito. Sono tanti i militari italiani in missione in Afghanistan, partiti proprio per combattere il traffico della droga e che credono in quello che fanno, rischiando la vita ogni giorno con la speranza di cambiare in meglio un paese. Un susseguirsi di episodi che vedono i signori della droga profondamente connessi al potere politico del governo afghano di Karzai (agente CIA dalla fine degli anni 80) e con frange di militari in missione. Molti esperti raccontano come la “missione di pace” sia in realtà una copertura per favorire la produzione di droga in Afghanistan e come la CIA sia coinvolta in essa. Un finale a sorpresa prende in esame il coinvolgimento della CIA in traffici di droga legati a guerre in tutto il mondo, spiegando come questo sia un mezzo spesso usato dall’intelligence americana (e non solo) per reperire fondi; e infine il ruolo della ‘ndrangheta in questo traffico, i luoghi che la droga afghana attraversa per arrivare in Italia, per poi essere smistata nel resto del mondo.

  • Afghanistan

    “Afghanistan” non è la storia della guerra afghana, ma una raccolta di impressioni, note, commenti, che dopo l’attentato alle Twin Towers di New York l’11 settembre 2001 hanno seguito l’evolversi di quella campagna bellica asimmetrica. Ad un breve profilo geografico e Studio Generale dell’Area, secondo i dettami operativi, fanno seguito i due background storici che hanno preceduto l’intervento americano in quel paese. Il primo, quello imperiale inglese dal 1875 al 1876, sembra un racconto di Kipling; il secondo, quello sovietico dal 1979 al 1989, segna la fine di un impero politico-militare di matrice ideologica, a cui succede il travagliato periodo talebano in Afghanistan, isola geografica controversa, un paese incatenato al passato, mentre tutta l’Asia intorno corre a grandi balzi verso il futuro. Gli interrogativi politici sull’ipotesi e probabilità di una partecipazione dell’Italia alla campagna antiterrorismo americana in Asia contro Al Qaeda a ottobre 2001, erano molti ed espressi da tutto l’arco politico italiano. Le ipotesi sulle possibili opzioni operative tracciate a quel tempo, riflettono le problematiche in discussione. Analisi e commenti su ciò che è avvenuto e che è stato fatto da americani e alleati occidentali sono contrassegnati dalle date in testa a ciascuna nota.

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