La reconstruction era e il parallelismo con l’esportazione della democrazia

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La reconstruction era (l’età della ricostruzione) è il periodo che va dalla fine della guerra civile americana (1865) fino all’inizio della segregazione razziale sancita per legge (1877). Questo periodo, solitamente sconosciuto e ignorato al di fuori dell’America, è invece molto importante per come ha segnato gli stati uniti del ventesimo secolo e del presente.

La guerra civile americana venne combattuta per ragioni insieme etiche ed economiche. Sarebbe ingeneroso dire che non c’era un reale interesse morale da parte di molti politici del nord sul problema della schiavitù: Lincoln e molti altri erano sinceramente interessati a creare una società più equa e giusta. Accanto a questi ideali c’erano però gli interessi dei grandi industriali del nord, che preferivano avere un esercito di poveracci liberi e bisognosi di lavoro che potesse costituire un ampio serbatoio di manodopera, piuttosto che mantenerli in schiavitù nutriti e vestiti dai loro padroni. Oltre alla schiavitù vi era più in generale un conflitto sulla politica economica che la confederazione avrebbe dovuto tenere: i proprietari terrieri del sud avevano interesse a evitare il protezionismo, essendo interessati a vendere il cotone, il grano e gli altri loro prodotti all’estero, mentre gli industriali del nord volevano alzare barriere doganali che gli consentissero di poter dominare il mercato interno, evitando la concorrenza delle industrie inglesi e del resto d’Europa.

Dopo la vittoria nella guerra da parte dei nordisti si poneva il grosso problema di come gestire i territori del sud. La schiavitù era stata abolita, ma la cultura degli stati meridionali rimaneva comunque intrisa di razzismo, gli schiavi liberati ovviamente erano nullatenenti, e spesso dovevano tornare a lavorare col loro vecchio padrone per sopravvivere. Inoltre c’era anche il problema politico di come gestire i politici sudisti, che avrebbero partecipato alle elezioni e sostenuto delle misure di segregazione razziale; essendo la democrazia indiscutibile non si poteva vietargli di candidarsi, altrimenti il sud sarebbe diventato una specie di colonia del nord senza rappresentanza parlamentare. Infine c’era un problema di ordine pubblico, col rischio che scoppiassero rivolte che riaccendessero la guerra di secessione, oppure che ci fossero delle esecuzioni sommarie e dei massacri di neri da parte dei bianchi (o anche dei bianchi da parte dei neri, visto che a quel tempo gli stati del sud erano gli unici in cui i neri erano un po’ più dei bianchi numericamente).
Per queste ragioni nei primi anni dopo la guerra fu necessaria una occupazione militare del sud, per prevenire violenze di qualunque genere. I presidenti dell’epoca furono Lincoln e Andrew Jackson, che cercarono di non forzare troppo la mano imponendo cambiamenti troppo repentini con la forza. Qualcuno ritiene che Lincoln fosse un ipocrita, e non credesse minimamente nell’uguaglianza tra gli uomini, e l’abolizione della schiavitù fosse stata solo una scusa per spingere i sudisti alla guerra. È vero che abolendo la schiavitù Lincoln sapeva perfettamente che la conseguenza sarebbe stata la guerra, ma ciò non vuol dire che l’abbia fatto per quello. Anche l’atteggiamento attento e paziente tenuto dopo la guerra non era dovuto al fatto che non ci tenesse a migliorare le condizioni dei neri, ma a una acuta sensibilità politica che gli faceva capire come la questione della schiavitù e del razzismo fosse radicata nella profondità della cultura americana, e non si potesse semplicemente cancellare con un colpo di spugna, una guerra vinta, o qualche legge e l’uso della forza. Occorreva tempo per arrivare a cambiamenti consistenti, ed era necessario anche dimostrare rispetto per i sudisti sconfitti e per le loro idee, perché altrimenti si sarebbero sentiti solo come un territorio conquistato da una nazione straniera che impone le sue leggi, e ovviamente avrebbero lottato in ogni modo per liberarsi. Non bisogna dimenticare che nel sud una larga parte della popolazione era a favore della schiavitù, e il razzismo era cosa normale, non si trattava di una ristretta minoranza dell’1-2% di latifondisti, inoltre quasi tutte le persone più ricche e influenti erano dichiaratamente razziste.
Ma fin da allora il sistema politico americano soffriva della divisione tra il potere del presidente e quello del congresso, spesso di idee contrarie a quelle del presidente. Il congresso americano di allora era dominato dai cosiddetti radicali repubblicani, che volevano imporre al sud cambiamenti immediati e forzosi. Nel 1866 i radicali ebbero successo alle elezioni e poterono così mettere in pratica appieno le loro idee, riformando le leggi e occupando militarmente il sud come se ci fosse ancora la guerra. Tutto questo durò un decennio, ma non riuscì a portare i risultati sperati. I politici conservatori bianchi che erano stati cacciati e si erano nascosti dopo il 1866 incominciarono a tornare fuori, rassicurati dalla insoddisfazione della gente, non solo da parte di chi appoggiava il razzismo ma anche per l’insofferenza della presenza dell’esercito e la povertà in cui era caduto tutto il meridione negli ultimi anni.

Nel 1877 si ha la fine della reconstruction era e l’inizio della segregazione raziale, segnato dalle leggi Jim Crow. Jim Crow era un personaggio fatto dall’attore Thomas Rice qualche decennio prima dipingendosi di nero, un’imitazione dispregiativa degli schiavi neri che divenne un termine spregiativo come è oggi “negro”. Quando i democratici ripresero il controllo del potere in tutti gli stati l’esercito venne ritirato, e fu sancita la separazione legale tra bianchi e neri. Nacquero così i bagni separati, gli autobus separati e le scuole separate che caratterizzarono l’America fino ad appena 70 anni fa. Quello fu solo l’inizio, perché poi fu facile limitare sempre di più la possibilità di votare ai neri (escludendo gli analfabeti, imponendo tasse da pagare per votare e documenti da portare) ed estrometterli anche dalle giurie dei tribunali, facendo così in modo che i neri fossero sempre giudicati da giurie di bianchi (e i bianchi da giurie di bianchi, quindi in caso di violenze contro i neri venivano quasi sempre assolti, o le pene per lo stesso reato erano molto più miti per i bianchi).

Storicamente questo periodo è importante perché le conseguenze permangono ancora oggi, con una popolazione nera più povera rispetto a quella bianca e conflitti razziali sempre vivi. Ma è significativo anche per un altro motivo: per il parallelismo che si può tracciare tra il tentativo di abolire la schiavitù e il razzismo negli stati sudisti allora e il moderno tentativo di esportare la democrazia in medio oriente da parte degli americani oggi. In entrambi i casi c’è stata una guerra persa da quelle popolazioni, una occupazione militare (a parte il caso particolare della Libia), e un cambiamento delle leggi che sono state più o meno stravolte, contro il volere della popolazione (o quantomeno non chiedendogli alcun parere).
Il periodo della ricostruzione è la dimostrazione che non si possono raggiungere grandi cambiamenti con la forza, senza avere il consenso della stragrande maggioranza della popolazione. Quello che può sembrare un regime ingiusto magari a chi ci vive dentro da sempre va bene, e se anche non lo trova proprio il massimo dopo essere stato invaso, occupato militarmente, e aver visto la propria vita più o meno rivoluzionata senza poterci fare nulla finirà col rimpiangerlo, e odiare invece gli invasori a cui nessuno ha mai chiesto di occuparsi del benessere e del progresso morale e materiale di quel territorio.
L’uso della forza ha anzi avuto dopo un po’ l’effetto inverso, con la reazione dei conservatori, l’instaurazione delle leggi razziali, e il periodo d’oro del Ku Klux Klan. Allo stesso modo i talebani continuano ad essere forti e ad avere sostenitori, e oggi sono forse più amati e rispettati dagli afghani di quando erano al potere.

Non si può liberare nessuno senza il suo consenso, non si possono imporre i propri ideali ma solo mostrarli con l’esempio e sperare che le altre persone li seguano.

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