Perchè la pena di morte è quasi sempre inutile

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Vi sono molte diverse circostanze in cui un governo può procedere a processi sommari e condanne a morte, ma la storia dimostra che un simile modo di agire è quasi sempre inutile, quando non controproducente, e crudele, quando non proprio ignobile.

Quando gli spagnoli raggiunsero la vittoria definitiva sugli inca presero prigioniero Tupac Amaru, l’ultimo imperatore che aveva provato a combattere contro di loro. Nonostante le proteste dei religiosi e di molte altre persone  il viceré era deciso a non correre nessun rischio ed andare per la via più breve e semplice condannandolo a morte. L’intenzione del viceré era quella di spegnere qualunque futura ribellione privando gli inca del loro capo e fornendo una punizione esemplare, infatti la testa di Tupac Amaru fu impalata su una lancia e lasciata in esposizione alla folla. Ma non andò come il viceré aveva pensato, gli inca non erano terrorizzati ma invece presero ad inginocchiarsi e ad adorare la testa dell’imperatore, tanto che dopo due giorni gli spagnoli furono costretti a ritirarla e riunirla al resto del corpo nella tomba.
Curiosamente il nome di Tupac Amaru rimase famoso in Perù, e il protagonista di un’altra rivolta in tempi molto più recenti (1781) prese il nome di Tupac Amaru II, lottando sempre contro gli spagnoli per le misere condizioni di vita dei minatori e degli operai. Il secondo Tupac Amaru fu giustiziato squartandolo.
Queste esecuzioni non servirono a fermare le rivolte, non diminuirono le tensioni tra conquistati e conquistatori, e contribuirono a far peggiorare la qualità umana degli spagnoli man mano che continuavano a fare i despoti (lo dimostra l’uso dello squartamento, metodo più barbaro e crudele della semplice decapitazione subita dal primo Tupac Amaru). Non è un caso che l’economia, la cultura e la politica spagnola siano cadute sempre più in basso nel corso dei secoli dopo la creazione dell’impero: quando si conquista il potere ma non si ha l’equilibrio e la magnanimità per usarlo in maniera avveduta ci si sporca sempre più le mani di sangue; e più passano le generazioni e più gli uomini di potere sono inetti incapaci di assumersi responsabilità e pronti a chiamare i loro soldati al più piccolo accenno di pericolo.

Un altro caso esemplare fu la condanna a morte di Mussolini. Essa venne ordinata da Luigi Longo, capo del partito comunista visto che Togliatti era ancora in Russia, non per spirito di odio o vendetta ma per semplice calcolo politico, perché si voleva evitare che cadesse nelle mani degli alleati e che dopo la guerra subisse un processo pubblico che avrebbe rischiato di dividere nuovamente l’Italia e causare un’altra guerra civile. Non hanno importanza qui tutti i retroscena della morte di Mussolini, il presunto oro di Dongo e chi sia stato realmente a ucciderlo, quanto piuttosto se sia stato realmente giusto e utile. Personalmente credo di no, anche se Longo è perfettamente giustificabile perché a quell’epoca, nel bel mezzo della lotta e con un futuro totalmente incerto, era una grossa responsabilità assumersi il rischio di lasciarlo in vita. Ma Mussolini ormai era già l’ombra di se stesso, già a Salò non aveva più potere ed era rispettato solo dai più fanatici (che per la maggior parte lo rispettavano perché aveva ancora qualche potere e c’erano i tedeschi alle sue spalle); se fosse rimasto solo con qualche decina o centinaia di irriducibili che cosa mai avrebbe potuto fare? Questo si poteva capire già dopo l’otto settembre, quando la gente finse di dimenticarsi che fino al giorno prima era stata fascista: se ci fosse stato un processo a Mussolini quasi tutti gli italiani si sarebbero scagliati contro di lui, non ci sarebbero state lotte. Ma ancora più sbagliato e vergognoso fu il modo in cui fu ucciso, in cui furono uccisi anche Claretta Petacci e gli altri che avevano seguito Mussolini nel suo ultimo viaggio e che non c’entravano niente, e l’esposizione dei loro corpi a Piazzale Loreto. Anche in questo caso, come per lo squartamento di Tupac Amaru II, il modo in cui venne ucciso, oltre che la mancanza di pietà, era indicativo del basso valore morale di chi aveva conquistato il potere.

Questo non significa che le condanne a morte siano sempre sbagliate e segno di debolezza e mediocrità del governo, a volte sono necessarie. Soprattutto sono necessarie nelle rivoluzioni, quando si conquista il potere è spesso necessario uccidere il capo del vecchio regime e i suoi più importanti e fedeli collaboratori, specie quando ci sono delle influenze straniere che minacciano di poterli rimettere con la forza al potere. È il caso ad esempio della rivoluzione francese, in cui la Francia rivoluzionaria si trovava di fronte tutto il resto d’Europa e Luigi XVI era un grosso peso, fino a che fosse vissuto avrebbe potuto fuggire e chiedere l’aiuto di tutte le dinastie europee per rimetterlo sul trono come monarca assoluto. È vero allo stesso modo per i bolscevichi, che si trovavano in una situazione molto simile, anzi anche peggiore perché se era difficile pensare al re francese che governasse in maniera costituzionale era impossibile pensare allo zar in una simile veste, non c’era dunque una via di mezzo possibile. Anche nel caso di Cuba l’esecuzione di Batista e dei suoi fedeli da parte dei rivoluzionari di Castro e Che Guevara era giustificata allo stesso modo: se Batista fosse riuscito a fuggire o fosse stato tenuto in carcere gli americani avrebbero avuto una scusa di più per invadere Cuba e rimetterlo al potere come capo legittimo, ucciderlo significava fare un taglio netto col passato e mettere anche gli americani di fronte a un dilemma: militarmente avrebbero potuto conquistare l’isola, ma poi non avrebbero trovato nessuno di credibile e sicuro a cui dare il potere, e avrebbero rischiato certamente continue rivolte oltre che la riprovazione internazionale per una simile occupazione.

Fondamentalmente quindi esistono solo due casi in cui si possono (e quasi sempre si devono) eseguire delle condanne a morte: quando è necessario uccidere delle persone che sono troppo pericolose per il bene del paese (perché potrebbero scatenare delle guerre civili ad esempio), e quando importanti personaggi politici hanno mancato gravemente al loro compito di fare il bene dello stato e del popolo, sfruttando i propri privilegi senza fare nulla in cambio. Le rivoluzioni uniscono questi due casi il più delle volte, ma ci sono anche altri esempi in cui solo un caso si applica: ad esempio quando Sun Yat Sen si ritrovò a capo della neonata repubblica cinese per evitare spargimenti di sangue cedette il potere ad un ambizioso generale che aveva minacciato di scatenare la guerra civile, il risultato fu che la guerra civile scoppiò comunque e non c’era più uno stato che potesse cercare di fermarla; se Sun avesse invece fatto arrestare con l’inganno quel generale facendolo immediatamente fucilare forse le cose sarebbero andate meglio per la Cina, forse il governo avrebbe avuto il tempo di rafforzarsi e sopravvivere. In quel tempo c’erano molti personaggi ambiziosi nell’esercito che speravano di poter approfittare del vuoto di potere per crearsi un proprio regno, o addirittura per farsi incoronare imperatori e creare una nuova dinastia, il governo avrebbe dovuto dimostrarsi duro e inflessibile, ma Sun era un democratico che rifuggiva l’uso della violenza, solo che in casi così gravi se vuoi governare devi saperlo fare col pugno di ferro perché il caos porta molti più morti e conseguenze molto più gravi.

Nel caso di Mussolini o del processo di Norimberga invece le condanne a morte non avevano uno scopo pratico, perché ormai era tutta gente che non aveva nessun potere e nessun seguito, ma solo l’intento politico di dimostrare che i vincitori avevano ragione e avevano il potere. E un vincitore che dimostra le proprie ragioni mostrando che può uccidere chi vuole come vuole non dà un bello spettacolo di sé.

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