Perchè il nazismo non era semplice follia

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L’organizzazione nazista, in specie per quanto riguarda l’olocausto e le SS, viene di solito descritta ponendo l’accento sulla follia di Hitler unita alla tradizionale efficienza tedesca, in particolare dell’esercito prussiano.
Per capire cosa fu realmente il nazismo bisogna liberarsi di questi stereotipi e analizzare più precisamente la natura dei gerarchi nazisti, e in special modo di Himmler, che era a capo delle SS e del progetto di sterminio degli ebrei e delle altre razze e categorie inferiori.

Himmler nasce in una famiglia cattolica, senza nessun segno di antisemitismo, e il padre insegnante aveva fatto da maestro al principe Enrico di Baviera. Himmler da giovane voleva diventare un ufficiale dell’esercito imperiale, ma quando diventò maggiorenne la Germania aveva appena perso la prima guerra mondiale, e l’impero non esisteva più (e nemmeno il suo esercito, ridotto dal trattato di Versailles a un manipolo di uomini). Himmler era un uomo particolare, era un sognatore ma anche un grande organizzatore, il che non è così strano perché un uomo che ha tante energie e capacità per creare e far eseguire grandi piani è logico che abbia bisogno di una grande causa a cui votarsi per sentire di non stare sprecando le sue energie. E la sua causa Himmler la trovò nel nazismo, nelle teorie della superiorità ariana.

Hitler amava Himmler perché sapeva che era assolutamente senza scrupoli, lui stesso aveva ammesso che se il fuhrer glielo avesse ordinato, avrebbe ucciso anche sua madre. E questa è in effetti l’essenza del nazismo: intelligenza e logica accompagnati da totale mancanza di scrupoli e teorie sbagliate sull’ordine del mondo. I nazisti partivano dal presupposto che ci fossero razze superiori e razze inferiori; questo oggi può apparire stupido o barbaro ma bisogna far notare come a quel tempo fosse una teoria assolutamente accettabile per molta gente, o quantomeno non da scartare a priori. Il darwinismo sociale, l’idea che anche nella competizione tra stati e popoli vince quello che meglio si adatta, e che i più deboli è giusto che soccombano, era una teoria che aveva simpatie in ogni parte del mondo. Quello che faceva la differenza tra i nazisti e, ad esempio, i leghisti di oggi, è che loro non si ponevano alcun limite nel risolvere il problema: se c’erano delle razze inferiori bastava uccidere i loro membri per farne diminuire il numero, e nel contempo promuovere la procreazione di un gran numero di bambini ariani in modo che la razza superiore vada man mano ad essere sempre più predominante. Non è un ragionamento umano, non è compassionevole, ma è perfettamente logico, è ad esempio quello che gli uomini hanno sempre fatto nell’allevamento del bestiame: quando c’era da ammazzare una pecora si uccideva quella che dava meno lana e meno latte, o che era più riottosa e difficile da gestire, in questo modo col passare delle generazioni le pecore sono diventate sempre più piccole, pelose e stupide. È un metodo che funziona e si potrebbe applicare anche agli uomini.

Se il nazismo fosse stato semplicemente il parto di un gruppo di pazzi non avrebbe potuto conquistare il potere, se non in un mondo di pazzi. Inoltre il nazismo riuscì a risolvere brillantemente la profondissima crisi economica tedesca che aveva distrutto la repubblica di Weimar, e riuscì a farlo perché affrontò il problema in maniera perfettamente logica. Hitler avviò il riarmo del paese, fece sparire la disoccupazione e inorgoglire il popolo tedesco che ritrovò un esercito sempre più potente e che si avviava a poter vendicare la sconfitta ancora bruciante della prima guerra mondiale; insomma dal punto di vista economico il nazismo fu un grande successo, quando il resto del mondo era devastato dalla grande crisi economica e nessun altro era riuscito a trovare una soluzione decente.
Questa logica era qualcosa di diverso dalla razionalizzazione e organizzazione dell’esercito prussiano. L’esempio di ultimo generale prussiano è quello di von Paulus, il comandante dell’armata che assediò Stalingrado, e che, contravvenendo agli ordini di Hitler, invece di lottare fino all’ultimo uomo si arrese ai russi. I generali prussiani erano preparatissimi e maestri di tattica, ma avevano anche le loro regole, un generale è responsabile delle vite degli uomini della sua truppa e non può sacrificarle solo per rispettare un ordine, anche se viene dal capo dello stato.

La peculiarità del nazismo è quindi l’assenza di morale, la mancanza di regole interiori. La logica da sola può dirti che uccidendo qualche migliaio di persone puoi conquistare il potere, e può dirti anche come ucciderle nel modo migliore, riuscendo a non essere arrestato; ma non può dirti che è sbagliato farlo.
Ovviamente questo non valeva per tutti i tedeschi, e nemmeno per tutti i seguaci del nazismo. Coloro che erano ai vertici, che erano pienamente coscienti dello sterminio, certamente avevano questo vuoto morale, gli altri erano confusi sia dalla propaganda martellante che dalle menzogne che continuamente venivano dette per giustificare la cattura degli ebrei, come che sarebbero stati solo espulsi oppure mandati in semplici campi di lavoro. Se a questo si aggiunge che un simile sterminio di massa non era mai accaduto e non era immaginabile, si può capire come i nazisti abbiano potuto portare avanti il loro piano di sterminio senza incorrere in quasi nessuna resistenza nella popolazione tedesca.

Parlare di follia, a parte i casi particolari in cui certi personaggi hanno realmente problemi mentali, è sempre fuorviante, perché è una spiegazione semplicistica che va bene per qualunque fenomeno, dall’olocausto all’undici settembre. Uno psichiatra diagnosticò anni prima che prendesse il potere ad Hitler una malattia mentale in effetti, ma il punto non è stabilire il livello di sanità di Hitler, perché ci furono anche tanti altri gerarchi, capi e generali che lo seguirono con cervelli clinicamente sani. Qual’era l’origine di questa comune mancanza di morale?

La risposta è in verità molto semplice: l’unica esperienza comune che avevano avuto ed era stata travolgente era la prima guerra mondiale. Essa distrusse le coscienze dei più deboli, abituandoli a trovare normale la morte, sia propria che altrui. Chi rimase “normale” fu contento della fine della guerra e di poter tornare alla vita civile, ma gli altri no, perché solo lì si erano sentiti importanti, e solo in guerra potevano continuare a vivere impunemente uccidendo. Questo tipo di uomini esisteva dappertutto, in Italia furono essi a costituire la spina dorsale delle squadracce fasciste nei primi tempi. Ma in Germania era di più, un po’ perché la Germania fu sconfitta totalmente, a differenza dell’Italia, e perse anche il suo impero, e un po’ perché la crisi finanziaria tedesca era molto peggiore della situazione italiana dopo il biennio rosso che portò all’ascesa del fascismo; i problemi erano molto più gravi, e non bastava qualche squadra che spaccasse qualche testa e un partito che si limitasse ad esercitare una dittatura relativamente morbida, occorreva una vera rivoluzione, un governo forte e spietato che potesse cambiare completamente le cose. Fu in questo scenario che i reduci della grande guerra nostalgici di quel tempo vennero fuori, e la gente gli diede fiducia forse proprio perché intuiva che erano senza scrupoli, e che proprio persone di quel genere occorrevano per riportare ordine e ridare cibo e lavoro al popolo.

Fu un tragico errore, ma a scusante dei tedeschi bisogna dire che non è facile ragionare quando la pancia è vuota e attorno è il caos. A creare il nazismo furono prima di tutto le potenze vincitrici della prima guerra mondiale, e il loro terrore di veder rinascere una Germania potente che li spinse a cercare di schiacciarla in ogni modo. Messi contro il muro in una situazione disperata i tedeschi cercarono di scegliere un salvatore.

E scelsero male.

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Un Commento

  1. siom4
    Pubblicato il 26/06/2014 alle 11:45 | Permalink

    Complimenti per l’analisi, finalmente trovo un giudizio corretto, coerente e non banalizzato. Purtroppo, stereotipare la storia è la moda più diffusa di questo periodo. Sono convinto che considerare Hitler come un semplice “folle” equivale a banalizzare tutto il suo operato. La coerenza e la lucidità con cui ha messo in atto il suo pensiero è disarmante, e non è certo privo di razionalità. Come disse la Arendt, il nazista è un uomo medio, quasi “banale”, non ha nessuna specificità, se non quella di seguire ciecamente un leader che aveva promesso il riscatto della nazione tedesca. E, purtroppo, ha mantenuto tutte le sue promesse, anche fin troppo coerentemente.

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