Le vere cause della caduta dell’impero romano e dell’imperialismo in genere

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Uno dei più classici cliché storici è l’idea delle invasioni barbariche come l’arrivo di orde di milioni di guerrieri a cavallo assetati di sangue che distruggono tutto ciò che trovano sul loro cammino.
Questa idea credo derivi dalla grandezza dell’impero romano; chi dopo molti secoli cerca di studiare quel periodo quasi certamente ha grande ammirazione per l’organizzazione, la civiltà e la potenza dei romani, e quindi tende a pensare che solo una enorme minaccia possa essere stata la causa della loro caduta, per quanto l’impero d’occidente potesse essere corrotto e indebolito.

Gli imperi sono sempre pronti a combattere possibili nemici, non sarebbero diventati imperi se non fossero militarizzati, violenti e avidi; e questo vale per tutti, anche per i più “civilizzati”, la regina Vittoria in occasione delle guerre contro gli Zulù e di quella in Afghanistan disse “Se vogliamo mantenere la nostra posizione di prima grande potenza dobbiamo essere preparati ad attacchi e guerre, in un posto o nell’altro, continuamente”. Questo accade proprio per la ragione addotta dalla regina Vittoria: per mantenere il proprio status, la propria potenza, la propria ricchezza, i propri territori. Gli imperi sanno che hanno conquistato territori che non gli appartengono, e temono continuamente che qualcun altro glieli porti via, o che le popolazioni assoggettate si ribellino.

L’impero romano si estese a tal punto che la divisione tra occidente e oriente divenne l’unica soluzione possibile. Se i confini orientali vicini all’attuale Iran venivano attaccati, solo per mandare un messaggero a Roma per avvertire l’imperatore ci volevano tre o quattro settimane, più altrettante per portare una eventuale risposta. Non era possibile gestire uno stato così grande nell’età antica.
Il declino della parte occidentale era prevedibile. Era più povera rispetto a quello che sarebbe diventato l’impero bizantino ed era circondata di nemici e non facilmente difendibile militarmente.
I barbari erano convissuti con i romani per diversi secoli, e quando l’impero incominciò ad andare in crisi essi vennero reclutati in misura sempre maggiore nell’esercito. Oltre a questo interi popoli vennero invitai a risiedere all’interno dei confini dell’impero, sia per evitare che continuassero ad attaccarlo dall’esterno sia perché in quel tempo non c’erano problemi di sovrappopolamento come oggi, anzi era il contrario, la terra era tanta ma non c’era abbastanza gente che la lavorasse, i barbari quindi potevano diventare una risorsa importante per i romani. Ma così facendo la distinzione tra romani e barbari progressivamente si attenuò: l’impero si stava barbarizzando, e i barbari si stavano romanizzando.

La fine dell’impero non giunse con grandi battaglie, i visigoti di Alarico dovevano essere alcune decine di migliaia, un numero rispettabile ma non certo un esercito imponente, ma quando discesero in Italia e assediarono Roma non trovarono nessun esercito romano a contrastarli, solo le mura protessero Roma dai primi due assedi, fino a che nel 410 anche quelle cedettero permettendo il famoso sacco di Roma. Dove erano finiti i soldati di quello stato militarista che aveva consumato tutte le sue ricchezze nel mantenimento dell’esercito per difendere i confini?

L’esercito romano non esisteva più. Stilicone, l’ultimo generale che combatté contro i barbari, era egli stesso barbaro, e così le sue truppe, e anche Alarico era stato assunto dall’impero d’oriente come generale. Si può dire che ormai i barbari fossero l’esercito romano, per questo non poteva esserci nessuna battaglia, e più che una invasione fu un ammutinamento dei soldati, che non potevano più essere comprati e avevano capito che l’impero era ormai così debole che, invece di farsi semplicemente dare una mancia per non attaccarlo e difenderlo da altri nemici, si poteva semplicemente saccheggiare.

Anche la distruzione della cultura romana non avvenne, se non in minima parte, in conseguenza degli attacchi dei barbari. I visigoti e gli ostrogoti erano popolazioni che rispettavano la complessità e la raffinatezza della società romana, infatti non volevano distruggere l’impero ma entrare a farne parte. Quindi non ci furono particolari cambiamenti subito dopo la fine dell’impero romano d’occidente, il sacco di Roma apparve come un evento epocale all’epoca, ma solo per il suo valore simbolico, in pratica l’impero era già morente e i romani già molto barbarizzati. Maggiore fu la distruzione che portò nel secolo successivo Giustiniano, quando cercando di riconquistare la parte occidentale del vecchio impero sbarcò in Italia combattendo con gli ostrogoti per un decennio.

Con l’inizio dei regni barbarici inizia anche il medioevo, ma non c’è un taglio netto rispetto all’epoca precedente, la civiltà romana continua a influenzare anche quel mondo. Tuttavia molte cose andranno perdute nel corso del tempo: le conoscenze tecniche dei romani in molti casi progressivamente vanno perdute, non perché i barbari avessero fatto delle stragi ma semplicemente perché i medici, gli architetti, gli artigiani e simili professionisti morivano di morte naturale e non c’era più nessuno che li potesse sostituire. L’economia dell’Europa smise di essere monetaria, dal tempo di Augusto le monete ebbero una grande diffusione principalmente perché servivano a pagare l’esercito e permettevano di mantenerlo in servizio permanente. Ma i nuovi stati barbari non hanno bisogno di un esercito permanente come l’impero romano, e preferiscono pagare i soldati con elargizioni di terre, dando così inizio al feudalesimo. E senza una economia monetaria si va verso una vita di sussistenza, con pochi scambi commerciali, e anche senza scuole, perché non c’è più uno stato che abbia bisogno di gente che sa leggere e scrivere. Per questo molte conoscenze vengono perdute, dimenticate perché chi le conosce non ha nessuno a cui trasmetterle, e perché gli scritto antichi e recenti in poco tempo diventano incomprensibili a quasi tutti in un mondo di analfabeti; il latino e il greco divengono lingue morte e sconosciute al di fuori dell’impero bizantino, e Severino Boezio morendo nel 525 sarà l’ultimo intellettuale che conosce entrambe queste lingue, e oltre alla bibbia anche Aristotele e Platone.

Gli imperi sono sempre preoccupati di qualche minaccia esterna, ma alla fine, a parte casi particolari come gli imperi precolombiani distrutti dagli europei grazie alle malattie e alla grande superiorità tecnologica, gli imperi si distruggono da soli quando le premesse su cui sono fondati diventano insostenibili. Anche l’impero britannico nominalmente dopo la prima guerra mondiale raggiunse la sua massima estensione e una popolazione di 450 milioni di persone (un quinto della popolazione mondiale). Poco più di vent’anni dopo già non esisteva più nessun impero, perché la gente ormai non ci credeva più, non credeva più che fosse giusto assumersi il fardello dell’uomo bianco e dichiararsi padroni di un popolo straniero con la scusa di civilizzarlo.

Così sarà anche per l’impero americano. E come i precedenti non cadrà per colpa dell’Iran o della Russia, cadrà perché gli americani non crederanno più in questo sistema, non sosterranno più le guerre imperialiste, non permetteranno il continuo arricchimento delle industrie di armi e del petrolio, e la stessa base economica e politica su cui è fondato lo stato salterà: morirà la finanza attuale, lo stato succube delle corporation, la finta democrazia in cui ogni politico e ogni presidente è sostanzialmente uguale all’altro, perché sono tutti pagati dalle stesse aziende.

Sarà la fine del fardello dell’esportazione della democrazia.

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