Il Saladino esempio della cavalleria medievale

WP Greet Box icon
Ciao! Se sei nuovo qui e ti interessa la storia sottoscrivi il feed RSS del blog per avere aggiornamenti costanti.

Il Saladino è stato forse il più famoso capo militare e politico della storia islamica, certamente è stato il più noto in Europa. Visse nel XII secolo, quando dopo la prima crociata vittoriosa i cristiani avevano conquistato Gerusalemme e buona parte della zona costiera della Siria, del Libano e della Giudea creando i cosiddetti regni latini.
Il Saladino, latinizzazione del nome arabo Salāh al-Dīn, era il sultano d’Egitto. In un’epoca in cui l’originale impero arabo si era ormai frazionato in tanti stati e staterelli diversi, il suo era il regno più grande, forte e ricco, e non aveva paragoni nemmeno in Europa. Durante il suo regno Alessandria divenne la capitale del mondo occidentale, era la città più popolosa, ricca e culturalmente vivace, in cui si mischiavano molti popoli diversi, ed era crocevia di intensissimi traffici commerciali.

Oggi il ricordo del Saladino è ormai sbiadito, e anzi lo si ricorda come “il feroce Saladino”, che è proprio il contrario del ritratto che si faceva di lui nel medioevo anche tra i suoi nemici. Il Saladino fu l’autore della riconquista islamica di Gerusalemme e della distruzione dei regni latini, a una ad una tutte le città in mano ai crociati; ma nonostante questi ultimi dopo la vittoria della prima crociata si fossero abbandonati a grandi massacri della popolazione civile il Saladino si comportò sempre umanamente, evitando inutili spargimenti di sangue. Quando riconquistò Gerusalemme diede a tutti coloro che avevano la possibilità di farlo la facoltà di comprarsi la propria libertà, e poi liberò gratuitamente anche gli altri.

Curiosamente nell’epoca storica in cui si imponeva l’ideale della cavalleria nell’Europa cristiana il Saladino, sovrano mussulmano, ne era l’esempio più famoso, e rimase soprattutto impressa nella mente dei contemporanei la lotta con Riccardo Cuor di Leone. Il re inglese era molto simile al Saladino, era rimasto da solo a condurre i crociati e si mise a scambiarsi delle cortesie cavalleresche col Saladino, ad esempio quando Riccardo era malato lui si offrì di mandargli il suo medico personale, e quando il suo cavallo morì il Saladino gliene mandò due dei suoi.

Famosa è rimasta anche la storia dell’incontro con San Francesco, che sarebbe andato a cercare di convertire il sultano al cristianesimo; secondo questa leggenda il Saladino lo avrebbe ricevuto, gli avrebbe offerto la cena e avrebbero parlato a lungo, ma senza nessuna conversione. In realtà si tratta di una delle tante leggende medievali, una delle più azzeccate perché in effetti se la storia fosse un romanzo sarebbe stato un incontro perfetto, e sarebbe andato esattamente così. I medievali avevano questo modo di pensare: se una storia è bella e appassionante, anche se non è vera ma solo verosimile (e il concetto di verosimiglianza medievale non è come il nostro, ad esempio il viaggio di Dante nell’oltretomba per uno di quel tempo poteva essere tranquillamente avvenuto realmente) e se contiene una morale e una verità importante merita di essere raccontata come se fosse vera, e in effetti non ha nessuna importanza se è vera o no, perché quello che conta è l’insegnamento che porta. Questa leggenda mostra come il mondo medievale non vivesse in una continua crociata e nel totale odio dei mussulmani, ma vi era invece soprattutto l’idea di poter più o meno pacificamente coesistere, nella consapevolezza che anche nel caso si fosse riconquistata Gerusalemme comunque il mondo islamico avrebbe continuato ad esistere, e bisognava sempre farci i conti.

Il Saladino è stato dunque il massimo protagonista politico del suo tempo, tanto da essere famoso e rispettato anche in Europa. Non è un caso che sia l’unico mussulmano che Dante non mette all’inferno (come Maometto) ma nel limbo, tra gli spiriti magni, che se ne sta fiero in disparte:

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquinio

Lucrezia, Julia, Marzia e Coniglia

E solo, in parte, vidi ‘l Saladino

Perchè non esiste uno stato che non sia sanguinario

Viviamo in un’epoca molto strana, in cui c’è pochissima aderenza alla realtà. Non siamo più abituati al sangue, nei tempi antichi e durante le guerre mondiali il popolo era spesso chiamato in massa a combattere guerre, nel medioevo anche se combattevano solo i nobili e i mercenari la gente comunque subiva le distruzioni della guerra, e soprattutto delle epidemie e delle carestie. La morte era un evento comune e pubblico, potevi facilmente trovare cadaveri per strada nel medioevo, e anche i bambini si abituavano alla cosa, esattamente come si abituavano al sesso vedendo gli animali (o anche i genitori, visto che quasi sempre si dormiva tutti nella stessa stanza).

Oggi è molto diverso, la morte è relegata nei cimiteri, la malattia e la sofferenza negli ospedali, fuori tutti devono essere sani e allegri. Ancor prima che ipocrita e ignorante è un mondo falso, che non rispetta le leggi basilari della natura. Questo si ripercuote anche sulla politica e sull’idea di stato, deformata dalla lunga pace e dal grande progresso economico dopo la seconda guerra mondiale.
Si pensa che questo sia un mondo di pace perché l’Europa non ha più conflitti da molti decenni (a parte la guerra in Jugoslavia e in Kossovo, che sono considerati comunque ai margini della “vera” Europa), in realtà buona parte del resto del mondo o è in guerra, o è coinvolto in periodici conflitti, o è periodicamente dilaniato da guerre civili, rivoluzioni e controrivoluzioni. E le armi usate in queste guerre provengono sempre dall’Europa, dagli Stati Uniti e dalla Russia, così come i soldi e gli appoggi militari per creare o sostenere i gruppi ribelli contro stati considerati nemici, come nel caso della Libia e della Siria.

Ma lo stato democratico uccide anche internamente. Il fatto che non ci siano più repressioni sanguinose non significa che lo stato non sia violento, anzi… In realtà ogni politologo vi dirà che lo stato è violento per definizione, nel senso che esercita per sua stessa natura una forza coercitiva su tutti i cittadini, e per poter mantenere l’ordine deve per forza usare un certo grado di violenza. Gli stati moderni, e in particolare quello italiano, usano però una violenza molto subdola, che viene nascosta come la morte nei cimiteri.
In Italia si può morire perché gli ospedali non funzionano, perché non c’è abbastanza polizia, perché si viene strangolati dalla burocrazia, dalle tasse, dal pizzo, dai tempi della giustizia… è un modo indiretto di uccidere, ma anche peggiore di quelli diretti. Se in una manifestazione o una rivolta dei poliziotti o dei soldati sparano sulla folla possono avere delle giustificazioni: lo stato deve mantenere l’ordine per evitare che nell’anarchia si compiano violenze maggiori, ci possono essere degli eccessi individuali o degli errori, e anche i politici possono compiere in buona fede degli errori di valutazione ordinando repressioni inutili rispetto al reale pericolo. Le morti indirette per mano dello stato invece non hanno nessuna giustificazione, perché sono frutto solo di incuria, di menefreghismo, di corruzione che non fa arrivare i soldi che dovrebbero arrivare, oppure di complicità con le organizzazioni criminali da parte dei politici. Certo un errore da parte di un medico è accettabile, neanche il migliore può per tutta la sua carriera non commetterne mai uno, ma se un’operazione va male perché manca la luce in sala operatoria, o perché il medico si dimentica il bisturi nella pancia del paziente, o perché non ci sono i soldi per comprare macchine che salverebbero la vita o manca il personale per poterle utilizzare, non si tratta di normali errori.

In Italia lo stato uccide non facendo nulla di concreto contro la mafia. Si certo la polizia continua a combatterla come può, ma lo stato in questo c’entra poco, non è che possa dire alla polizia di non fare nulla contro la mafia. Lo stato però avrebbe il potere di mandare l’esercito, di condannare al 41bis non solo i mafiosi ma anche i politici che hanno avuto rapporti con la mafia, e di sequestrare tutti i beni non solo dei mafiosi e delle loro famiglie ma anche dei politici coinvolti in associazione mafiosa. Non dico che sarebbe per forza una guerra facile, né che sarebbe per forza vinta, ma lo stato potrebbe quantomeno provare a combatterla; se non lo fa dà dimostrazione di non voler realmente risolvere il problema. È come con l’evasione, per decenni i politici hanno detto che bisognava fare qualcosa contro l’evasione, poi è arrivato Monti e ha mandato i finanzieri in giro, ci voleva proprio un genio dell’economia per capire come risolvere il problema…
Invece i soldati vengono spediti a fare missioni di pace uccidendo arabi in giro per il mondo e spendendo milioni di euro, mentre la mafia continua ad uccidere in Italia e all’estero col traffico di droga e di armi. Poi ci si lamenta che gli africani vengono qui fuggendo dalla guerra e si dice che non hanno alcun diritto di stare qui, e che diritto ha allora lo stato di produrre e di vendere armi all’Africa? E di permettere alla ‘ndrangheta di commerciarle illegalmente? Finché la miseria, il caos e la guerra in Africa saranno prodotti e alimentati dai paesi ricchi gli africani avranno tutto il diritto di emigrare in quei paesi, e anche di crearvi più problemi possibili, problemi che non saranno comunque minimamente mai paragonabili a quelli che i paesi ricchi hanno causato agli africani.

E se mi si chiede chi potrà fare tutto questo, la risposta è semplice: chi deciderà di poterlo fare. Non è possibile nascondersi dietro le scuse che nessuno deve poter decidere chi è giusto e chi non lo è, chi è buono e chi è cattivo; dichiarare la legge marziale per combattere la mafia significherebbe fucilare decine di migliaia di persone: i mafiosi, i politici collusi, e tutti i cittadini che li nascondono consapevolmente perché hanno paura più di loro che dello stato. Personalmente se avessi il potere sarei ben lieto di potermi prendere la responsabilità di queste morti, perché so che l’alternativa sono milioni di morti silenziose, perché so che se c’è un prezzo e una responsabilità per agire ce n’è anche uno per non agire. E qualcuno che deve decidere chi deve vivere e chi deve morire c’è sempre, perché chi ha il potere ha sempre questa responsabilità, la domanda è se Andreotti, Craxi e Berlusconi sono persone accettabili a cui affidare la vita e la morte di altre persone. L’Italia è arrivata dove è arrivata lasciando il potere nelle mani di persone sempre forti con i deboli e deboli con i forti, creando alla lunga una vera e propria classe sociale di criminali (mafiosi, politici corrotti, banchieri bancarottieri e speculatori) che vivono sulle spalle dello stato causando miseria e morte, e continuando a seguire questa strada quella classe sociale continuerà ad essere intoccabile.

Lo stato, dunque, per sua definizione fa scorrere sangue. Il problema vero è: di chi è il sangue che scorrerà in futuro?

Che cos’è la storia? Tempo e traduzione

Quando ero giovane (parliamo di 15 anni fa, non 50 o 60) mi piacevano particolarmente i libri fantasy, e rimasi colpito soprattutto da un paio di personaggi della saga di Dragonlance di Margaret Weis e Tracy Hickman. Il primo era Raistlin, che era un mago con una enorme potenzialità naturale, e che venne maledetto dal suo maestro per cercare di insegnargli megli a vivere ed usare i suoi poteri; la sua maledizione consisteva nel vedere tutte le persone come se fossero già vecchie e decrepite, davanti ai suoi occhi il tempo era già passato e il mondo perdeva l’allegria e l’attrattiva che ha per le persone comuni. Il secondo personaggio era Astinus il bibliotecario, lo storico del mondo, che era stato condannato a redigere la storia degli avvenimenti che stavano accadendo; per fare questo gli era stata data l’immortalità e l’onniscenza, in modo che potesse scrivere la storia fino alla fine dei tempi, fino a che non sarebbe rimasto in vita solo lui, e a quel punto avrebbe potuto posare la sua penna e mettere il suo ultimo libro nella biblioteca; e le anime dei morti sarebbero state giudicate in base alle loro azioni riportate in quei libri.

La storia è sempre intimamente connessa al concetto di tempo, e gli uomini in questo sono molto limitati. La vita umana va tra i 50 e i 100 anni, e in passato era anche più breve, questo incide pesantemente sulla visione del mondo degli esseri umani, sul loro modo di vivere, i loro giudizi, le loro speranze e le loro azioni. La mente umana non è stata progettata per capire la vita di una farfalla che vive solo un giorno, o la vita di un gatto che in natura può morire facilmente alla nascita o spesso dopo uno o due anni, o la vita di un albero secolare che può arrivare ad aver conosciuto san Francesco o, in rari casi, anche Giulio Cesare.
Einstein diceva che siccome da bambino il suo sviluppo mentale era stato un po’ ritardato si era trovato da adulto a riflettere su problemi come il tempo e lo spazio che normalmente vengono risolti quando siamo bambini, questo gli ha consentito di guardare la cosa con occhi diversi dalle persone comuni, che partono con dei pregiudizi acquisiti dall’esperienza, e gli ha permesso di formulare la teoria della relatività.

La storia (quando fatta bene) è un costante tentativo di andare oltre i nostri limiti temporali, di renderci conto che al di fuori della nostra vita e della nostra mente esiste un mondo che ha leggi completamente diverse. La storia è un enorme tentativo di traduzione di pensieri, azioni, idee e organizzazioni di epoche passate, è come se fossero state scritte in una lingua esotica che per essere tradotta necessita della comprensione dei caratteri usati nella scrittura, della società del tempo, della personalità di chi scrive, delle istituzioni del tempo, e di come doveva essere la vita quotidiana. Significa, come dicevano gli indiani d’America, “camminare con i mocassini di un altro per almeno una luna” (e che noi traduciamo come “essere nei panni di un altro”).

La modernità offre indubbiamente enormi vantaggi e opportunità, ma è anche un potente sonnifero per i sensi. Prendete Facebook, le persone che si suicidano o muoiono improvvisamente lasciano la loro pagina di Facebook così com’è, e se nessuno ha i dati di accesso per modificarla quelle pagine continueranno ad esistere come se quella persona fosse ancora viva. Non è una tomba, perché non è una pagina fatta specificamente per ricordare un morto, anche se si potrebbero aggiungere dei commenti dopo la morte della persona, ma non è neanche qualcosa di compiuto come un articolo o un saggio, che possono essere più o meno vivi e di valore indipendentemente dal fatto che l’autore sia vivo o morto.
Sembra che questo nostro mondo sia fatto di un eterno presente, un po’ come nello zen si dice che esiste solo il “qui e ora”, ma senza la consapevolezza e l’immersione nel presente proprie dello zen. Questo spiega la mancanza di conoscenze e interesse per la storia: se già non riesci a vivere la tua vita difficilmente sarai interessato a conoscere la vita di altre persone. Spiega anche le recrudescenze di nazismo e fascismo oggi, perché molte persone non trovando nessun modo appagante di vivere e interpretare il mondo oggi si rifugiano in qualche modello vecchio, usando la storia come una specie di droga per non sforzarsi di usare il cervello e interpretare la realtà creando idee nuove, e prendendosi la responsabilità di queste idee.

Da questo deriva l’importanza della storia, che deve insegnare agli uomini non semplicemente i fatti accaduti in passato per evitare di ripetere gli stessi errori, ma le idee, gli ideali, i modi di vivere di persone di altri tempi e altre culture, la cui vita era più o meno diversa da quella che viviamo noi ma il cui cervello era identico. Lo storico deve quindi saper vivere un giorno di una farfalla così come un anno siderale, deve saper entrare nella testa di un uomo delle caverne, un gatto, un kamikaze, un Papa medievale o Alessandro arrivato sulle sponde dell’Indo.

Perché la storia alla fine è solo una questione di tempo e traduzione.