Il crollo di Babilonia dopo Hammurabi – il pericolo della centralizzazione politica e dell’interconnessione economica

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Codice di Hammurabi, bassorilievo al Louvre

Il re babilonese Hammurabi è ricordato per il suo codice di leggi scritte, il primo della storia che sia conosciuto, e per aver riunificato la Mesopotamia in un unico impero partendo dai suoi modesti possedimenti attorno alla città di Babilonia.

Poco si dice, però, di solito riguardo al declino del primo impero babilonese, che seguì la morte di Hammurabi.

 

Babilonia era in una posizione molto favorevole, nel punto in cui il Tigri e l’Eufrate erano più vicini. Dal momento che tutti gli equilibri di potere della Mesopotamia derivavano dal controllo dei fiumi, quella posizione strategica era preziosa. Tuttavia prima di Hammurabi Babilonia non era particolarmente importante, e i domini della città erano molto ridotti. A sud prosperavano Isin e Larsa, e la città di Uruk, mentre tutta la Mesopotamia settentrionale era unita in un regno, di cui Babilonia era uno stato vassallo.

Hammurabi riuscì prima a distruggere la supremazia di Isin e Larsa, e poi a espandere il suo regno anche al nord, fino ai confini con l’Assiria.

 

Era indubbiamente un grande condottiero, ma arrivato al limite della Mesopotamia si fermò, evitando di farsi trascinare dai suoi successi in una serie infinita di guerre. Anche il suo codice dimostra come non fosse interessato solo alle conquiste, ma pensasse al governo dello stato.

In verità dalle tavolette di argilla che riportano le sue lettere dirette ai vari governanti e funzionari delle città sotto il suo controllo possiamo dire che Hammurabi era quello che gli spagnoli definiscono un “culo de piedra”, cioè un uomo di stato che si impegna per molte ore al giorno in lavori da burocrate stando seduto a leggere e scrivere.

Hammurabi si perdeva in ogni dettaglio del suo regno, voleva sapere ogni questione, anche la più piccola, e parlava con i suoi subordinati di tutti questi casi. Governava l’impero allo stesso modo che usava quando aveva solo un piccolo regno. Questa fu la causa principale della grande fioritura dello stato babilonese: l’economia era molto migliorata, vennero costruite varie fortificazioni per difendere i confini, segno che esisteva un esercito stabile che le presidiava e lo stato era in grado di pagarlo.

Ma fu anche la causa del suo rapido declino.

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Il Re Sole e il pericolo di una politica di continua espansione

Luigi XIV, noto a tutti come “il re sole”, è stato il più grande esempio di assolutismo monarchico in Europa. Il suo regno è stato incredibilmente lungo, perché il padre morì quanto lui era ancora un bambino, e, dopo la reggenza del cardinal Mazzarino, Luigi assunse i pieni poteri a 13 anni, l’età minima per poterlo fare secondo le leggi dell’epoca.

Luigi era un uomo pieno di sé, era stato cresciuto dalla madre, principessa austriaca cattolicissima, nella convinzione che il re è tale per diritto divino, e quindi non deve rendere conto a nessuno delle sue azioni. La maggior parte degli uomini cresciuti in quel tipo di idee, diventati adulti non fanno altro che vegetare nell’ozio e nei vizi, oppure nel peggiore dei casi si trasformano in tiranni crudeli. Luigi no, per quanto Mazzarino gli avesse impresso fin da bambino il gusto per il lusso, era anche una persona con una grande volontà, e che non tollerava di avere rivali.

Quando il movimento della fronda costrinse Mazzarino a fuggire, il re bambino lo seguì nella creazione di un suo esercito personale con cui sperava di riconquistare il potere. E vide allora i nobili di Parigi, tra cui anche sua cugina e possibile futura sposa, puntare i cannoni anche contro il loro re e parente. Quella fu una lezione che non dimenticò mai, e per tutta la vita disprezzò e non si fidò mai dei nobili; e il primo atto che fece una volta assunti i pieni poteri fu di esiliare la cugina e tutti i frondisti.
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L’importanza dei diritti gay e trans nel XXI secolo

Nessuno si è ancora reso conto di quanto la tematica del gender, della transessualità, dell’omosessualità, e in generale della propria identità, rappresenti un punto centrale del ventunesimo secolo.
Ai tempi della rivoluzione francese, di quella americana, e di quella russa, il popolo lottava per varie forme di “libertà”. La libertà politica che consta nell’avere un governo che rappresenti il popolo, o almeno ne faccia gli interessi; quella che riguarda il diritto a non essere assoggettati a un re lontano e senza alcuna rappresentanza in parlamento, cioè il diritto a non essere dei servi in delle colonie; e la libertà che deriva dalla giustizia sociale e dall’equa distribuzione della proprietà e della produzione.
Se guardiamo al mondo di oggi, da nessuna parte queste libertà sono ancora decentemente rispettate tutte, quasi sempre nessuna è rispettata. Tuttavia, questo pesantissimo lascito delle tre grandi rivoluzioni è stato la fiamma della civiltà nell’epoca moderna, e quei progressi politici e sociali che si sono potuti ottenere, per quanto parziali, derivano da quelle lotte e quegli ideali.

Il XX secolo è invece stata l’era delle dittature: prima quelle personalistiche dei fascismi, del nazismo e dello stalinismo, e poi quella dei sistemi del capitalismo e del comunismo. Questa è una lotta ancor meno vinta, col neocapitalismo moderno che è riuscito a unire il peggio dei due sistemi: la divinizzazione del denaro e la propaganda costante e l’indottrinamento a favore del sistema stesso.
La tecnologia moderna rende questa forma di governo e di economia estremamente semplice da attuare e difficile da estirpare, e la globalizzazione e la caduta del comunismo ha reso possibile la sua estensione a quasi tutto il mondo. Dalle ideologie si è passato al vuoto di ideologie e ideali, istillando nella gente solo la fame di denaro, e rendendola abbastanza povera da non pensare ad altro, ma non troppo povera per non poter sopravvivere.

La progressiva decadenza della potenza americana è ciò che contraddistingue l’inizio del XXI secolo. Questa ha dato la possibilità a varie potenze regionali di emergere, ma con Putin ora sta nascendo una cosa nuova, che resuscita i tempi dell’Unione Sovietica: una propaganda culturale alternativa. Il modo in cui Putin si propone come protettore della famiglia tradizionale, della procreazione, di una “sana normalità”, si proietta anche al di fuori della Russia.
Finora il mondo andava semplicemente verso una progressiva liberalizzazione del sesso e dei costumi, e uno sdoganamento della transessualità e di tutto ciò che le è affine. Non per cultura e progresso, ma semplicemente per lassismo, perché non si vuole proibire più niente, giusto o sbagliato che sia. Oggi le trans vanno in televisione solo perché fanno audience, perché sono ancora viste come trasgressive, non perché si creda realmente che abbiano qualcosa da dire.

Putin, e in futuro anche la Cina forse, la cui cultura maschilista è molto simile a quella russa, potrebbe riuscire a cambiare il corso che la storia pareva aver preso. In un mondo in cui sono quasi tutti sempre più poveri e insicuri, le facili dottrine di Putin sono semplici come lo erano il fascismo e il nazismo come ricetta al disastro economico.
Negare i diritti di gay e trans è un modo semplice e rozzo di protestare contro la cultura americana e contro l’unione europea, in maniera simile all’uscita dall’euro. Ed è anche un modo per imporre i nuovi nazionalismi, quello russo come quello veneto, prendendo di mira una minoranza allo stesso modo che fece Hitler con gli ebrei. E il nazionalismo dà psicologicamente fiducia, gli italiani e gli europei si sentono invasi dagli stranieri, vedono le loro città cambiare, le loro tradizioni spesso morire, e tutto ciò disorienta e fa paura. Nella speranza di trovare la propria libertà, negano quella altrui.

I concetti di “libertà” e “identità” sono sfuggenti. Chi è abituato a essere libero non capisce nemmeno cosa sia e quanto valga la libertà; e chi è servo spesso è così abituato ad esserlo che la condizione gli sembra del tutto normale, perché ci è sempre vissuto, e così probabilmente i suoi genitori e i suoi nonni. E chi non ha particolari problemi di identità quasi mai può capire quelli che non sono nati come tutti gli altri, la cui idea di se stessi non è chiara coerente come quella della quasi totalità delle persone.

Gay e trans sono una minoranza del 5% e dello 0,1%, meno di quanti fossero gli ebrei in Europa nelle regioni da loro maggiormente popolate, e le persecuzioni di Putin non sono (ancora) a livello di quelle dei nazisti. Ma la cosa non è meno grave, se una società sceglie coscientemente di sacrificare una parte della sua popolazione, sia il 20% o lo 0,1%, per creare una nazione più forte, pura e giusta, non potrà che derivarne uno sfacelo morale e culturale. È quello che successe in America con lo sterminio degli indiani, e in Russia con quello delle tante popolazioni non russofone sparse per la Russia zarista prima e sovietica poi.

Anche se sembra una lotta di pochi, un problema marginale rispetto alla crisi economica e a tanti altri problemi, è un problema fondamentale per il futuro dell’Italia, dell’Europa e del mondo. Il valore di un uomo si vede da come tratta coloro che sono in difficoltà e non hanno nulla per ricompensarlo. Quello di uno stato si vede in come tratta le minoranze, i più deboli, o coloro che dalla moda o dalla storia sono bollati come indesiderabili.
Il regime nazista e la sua economia apparentemente erano efficientissimi, con la loro disciplina e centinaia di migliaia di lavoratori schiavi da tutta Europa. In realtà produceva di più l’Inghilterra che aveva lavoratori liberi, e orari e trattamenti più umani. Anche l’economia è più facile migliorarla costruendo un mondo più giusto e umano piuttosto che imponendo l’ordine dall’alto con la forza.
Inoltre certe scelte vanno di solito di pari passo: una società chiusa e razzista, se non lo è già, diventa anche dittatoriale e violenta. La persecuzione di una minoranza non rimane mai una cosa isolata, se è possibile eliminarne una allora si fa anche con altre, e tutti alla fine possono essere classificati come facenti parte di qualche tipo di minoranza, vera o inventata, nessuno dopo un po’ è al sicuro.

Il XXI secolo può essere un periodo di libertà, di pace e di giustizia, come di crescente schiavitù, guerra e ingiustizia. Sono tanti i fattori che determinano queste scelte, e sembra che la seconda strada sia molto più probabile della prima. Ma non è detto che il mondo non possa migliorare, per farlo, però, deve imparare le lezioni vecchie e nuove di cosa sono libertà e identità.

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