La democrazia e la libertà in Giappone e in America

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A dimostrazione che la democrazia è un concetto che di per sé non vuole dire nulla, e che può essere interpretato in mille modi, riporto questa storiella di Indro Montanelli sul concetto di democrazia e libertà degli americani contenuta nel suo libro sul Giappone “L’impero bonsai”, scritto quando visse lì per alcuni mesi durante l’occupazione militare americana all’inizio degli anni ’50:

Non me n’ero mai accorto perché è piccolissima: ma stamattina ho scoperto sulla Ginza la Statua della Libertà, innalzata dai giapponesi, subito dopo la sconfitta, a imitazione di quella di Nuova York. È brutta naturalmente, come brutto è il modello americano e la retorica a cui si ispira. Ma la sua particolarità consiste nella scritta che vi è scolpita: Equality, Justice, Freedom. Sono le stesse parole del prototipo nuovaiorchese, ma è diverso l’ordine in cui sono allineate, e questa diversità ha una sua piccola storia. Quando la statua fu pronta e solo mancava l’iscrizione, il sindaco di Tokyo chiese allo Scap [era il consiglio militare americano di occupazione che governava i territori occupati] quali delle tre parole andavano prima e quale per ultima. Per uno di quei malintesi che avvengono di frequente in ogni organismo burocratico, ci furono due temporanee e divergenti risposte da due uffici differenti: secondo una andava prima il Freedom, la libertà; secondo l’altra andava prima il Justice, la giustizia. Dopo aver molto discusso tra loro, le autorità municipali decisero di ricorrere all’arbitrato di Whitney, che era l’uomo più importante dello Scap dopo Mac Arthur, perché decidesse lui. Whitney, che probabilmente non ricordava, rispose che il problema era senza importanza, Libertà, Eguaglianza e Giustizia costituendo i tre pilastri egualmente fondamentali di ogni democrazia. Ma questa risposta parve assurda ai giapponesi, i quali risposero che se Libertà, Uguaglianza e Giustizia erano singolarmente elencate dovevano essere tre cose differenti; e se erano differenti voleva dire che non erano uguali, e quindi nemmeno ugualmente necessarie. Whitney si spazientì e decretò che la pensassero pure come volessero: l’importante era solo che la statua venisse inaugurata e che sulla stele ci fossero le tre parole. Allora i giapponesi, dopo un lunghissimo dibattito, stabilirono che, dal tono stesso di quella ordinanza. “si capiva benissimo che gli occidentali tenevano più all’Uguaglianza fra cose non uguali che alla Giustizia delle precedenze, e alla Libertà di riverirle in diversa maniera”. E scrissero Equality, Justice, Freedom: Equality più grossa, Justice più piccola, Freedom che quasi non si vede.

A meno di non trovare qualcuno in Giappone che ricordi questa storia, nessuno saprà mai se è stata tutta una invenzione di Montanelli vedendo le tre parole scritte male, con una grandezza un po’ diversa l’una dall’altra. Vista la perfezione della storia mi viene da pensare di sì, comunque tra tutti gli aneddoti riportati o inventati da Montanelli questo rimane il più bello.

Montanelli voleva dimostrare con tutti gli articoli scritti in Giappone e raccolti poi in quel libro, che un governo può essere più o meno giusto e avere una sua legittimità anche se non è formalmente democratico nella maniera in cui lo intendono gli occidentali, e in particolare gli americani. Anche nel caso del governo militare che aveva spinto per la guerra totale in tutta l’Asia, e non era un gran bel governo, Montanelli sottolinea come almeno non fosse la dittatura di un solo uomo, come in Italia o in Germania, riportando il dialogo con l’ammiraglio Nomura a proposito di Tojo, il ministro della guerra durante il precedente governo militare che si era assunto la responsabilità dell’attacco di Pearl Harbour ed era stato impiccato nel processo di Tokyo (l’equivalente giapponese del processo di Norimberga):

Quando chiese all’ammiraglio Nomura che cosa si sapeva dell’attacco a Pearl Harbour nei giorni precedenti, quanto Tojo lo stava preparando, la risposta dell’ammiraglio fu “E chi vi dice che Tojo preparasse qualcosa?”, e Montanelli rispose “Lo ha detto lui al processo”. Allora Nomura rispose “Certo bisognava che qualcuno si prendesse la responsabilità di quanto accaduto. Tojo lo ha fatto e per questo è morto. Quanto alla responsabilità di decidere quel che deve accadere, credete voi che un uomo solo possa prendersela? Ciò può accadere oggi che il Presidente del Consiglio, che è anche capo del partito maggioritario, non ha più nessun freno, nemmeno quello del Privato Consiglio dell’Imperatore come avveniva una volta. Vi sembra ben costruito un edificio politico in cui si possa identificare l’apice, cioè la suprema responsabilità?“.

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