L’Aleijadinho, le sculture e i sogni del Brasile

Il Brasile è famoso per le sue bellezze naturali e per le sue donne, certamente non per essere la patria di grandi artisti e opere d’arte. Pochi al di fuori del Brasile lo conoscono e sanno la sua storia, in italiano non c’è nessun libro dedicato a lui, solo Montanelli gli dedicò un articolo una volta, che oggi si può ritrovare raccolto nel libri “gli incontri”. Mentre era in Brasile Montanelli rimase affascinato da questa storia, cercò in tutte le librerie una sua biografia o almeno qualche documento, ma non trovò niente. L’Aleijadinho era vissuto, se era veramente esistito, due secoli prima, quando il Brasile era ancora una colonia portoghese e le città nascevano improvvisamente là dove veniva trovato l’oro, per poi morire quando non ce n’era più. Aleijadinho non era il suo vero nome, in portoghese significa “il piccolo storpio”. Era figlio di un carpentiere portoghese e di una sua schiava nera, e fin dalla nascita aveva preso il peggio di entrambi ed era bruttissimo. Probabilmente dal padre imparò a scolpire e a fare l’architetto, e costruì diverse chiese, fino a che contrasse una malattia, che doveva essere lebbra o sclerodermia, che colpì le sue mani e i suoi piedi divorandoli e lo sfigurò, e da allora venne soprannominato Aleijadinho.

Siccome si vergognava di farsi vedere, usciva la notte accompagnato da alcuni servi, e andava a scolpire statue nelle chiese. Siccome non aveva più le dita delle mani, si fece legare uno scalpello al polso e scolpiva così. Intanto la città di Vila Rica, che era stata chiamata così per l’oro che si trovava nel fiume, si stava spopolando, perché in pochi decenni tutto l’oro che c’era era stato preso. E in questa città sempre più fantasma l’Aleijadinho continuò a vivere, e tra i 70 e gli 80 anni fece la maggior parte dei suoi capolavori, scolpiti non nel marmo (che la gente di quel posto neanche sapeva cosa fosse) ma in umile saponaria, e con strumenti certo non particolarmente raffinati. Come abbia fatto un uomo che viveva in un villaggio sperduto, con gente ignorante, senza aver mai visto un’opera d’arte o un libro, senza aver mai avuto un maestro se non un padre carpentiere, a creare statue come quelle dei dodici profeti che possono quasi rivaleggiare con Michelangelo o Donatello nessuno lo sa.

Montanelli immagina che abbia lavorato così tanto negli ultimi anni della sua vita proprio perché la città era vuota, e non doveva più vergognarsi degli sguardi della gente. E arrivato il momento della morte si è fatto trasportare tra le sue state, l’unica occupazione e l’unico amore della sua vita. E, conclude Montanelli, “guardandole, aprì il forno a ventosa che in lui teneva il posto della bocca. E per la prima volta fece, dinanzi alla morte, quel che non era mai riuscito a fare nella sua lunga vita: sorrise.”.

Diversi studiosi hanno sostenuto la tesi che l’Aleijadinho sia un mito inventato da Rodrigo Bretas in un suo libro, e che poi sia divenuto popolare perché dava ai brasiliani l’idea di avere una storia e un genio locale. Nessuno probabilmente sarà mai in grado di dimostrare la sua esistenza o la sua inesistenza, ma la storia dell’Aleijadinho è uno degli ultimi racconti che ricordano le leggende medievali, che per quanto in toto o in parte falsi sono più belli e più interessanti della storia vera. Diceva un secolo fa un occultista brasiliano che il Brasile era un paese in cui potevi sostenere di aver visto una vacca volare senza che nessuno ti prendesse per pazzo. In una terra simile, in cui si crede a spiriti come i poltergeist e si fanno ancora cerimonie magiche derivanti da antichi riti africani (ricordo un vecchio documentario degli anni ’60 in cui si vedeva una bambina sopra cui venivano sgozzati alcuni animali inondandola totalmente di sangue, con le penne che le rimanevano attaccate alla pelle facendola sembrare uno strano piccolo di uccello), non è così strano che vivano queste leggende.

Il Brasile di oggi probabilmente ha perso quasi tutto questo alone magico, è il Brasile del boom industriale ed economico, dei nuovi miliardari, della nascente superpotenza sudamericana; le industrie e i soldi distruggono sempre i sogni e le leggende. Forse l’unico sogno simile a quello dell’Aleijadinho è quello delle trans brasiliane: modellate anche loro da mani artigianali, belle spesso come statue di Michelangelo, e che come l’Aleijadinho devono lottare sempre contro gli sguardi della gente, lavorando spesso di notte, stando nascoste… perché gli eroi e le leggende spesso nascono dall’ignoranza e della crudeltà della società, come dalla sofferenza e dal desiderio di dare un senso profondo alla propria vita nascono le più belle statue, siano esse di pietra o di carne.

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Perchè Andreotti è stato migliore di Craxi e Berlusconi

Andreotti si è suicidato. Disse il principe Saionji al suo giovane amico Konoe, allora primo ministro giapponese, prima di morire: “il modo peggiore di suicidarsi è lasciarsi vivere fino a 90 anni come ho fatto io, il migliore mi hanno detto sia il cianuro”. Il principe era tale perché nato nel kuge, la ristrettissima cerchia dei parenti dell’imperatore e dei discendenti del clan dei Fujiwara; a tre anni era stato nominato ciambellano di corte, e aveva avuto il principe ereditario, il futuro imperatore Meiji, come compagno di giochi dell’infanzia. Come e ancor più di Andreotti, Saionji dominò un’epoca, mantenendo un certo potere anche negli ultimi anni.

Andreotti è morto a 94 anni, anche lui si è lasciato vivere un bel po’. Ma dopotutto non è nemmeno un’età così avanzata se pensiamo che le battute sulla sua immortalità si fanno da vent’anni, e lui non aveva raggiunto nemmeno i cento anni. È perché tutti gli italiani erano abituati a vederlo da sempre, anche i suoi coetanei, per un popolo senza memoria questo poteva significare solo che dovesse essere eterno. E facile è stato anche il paragone con Belzebù, Lucifero, e tutte le rappresentazioni del diavolo; prima e assieme a Gelli, Andreotti è stato nella fantasia degli italiani il “grande vecchio”, quello che regge tutti i fili e conosce tutti i segreti dei misteri d’Italia.

Lui non ha mai smentito nessuna voce, se non quella (palesemente falsa) del bacio a Riina. Doveva ridere di gusto in privato al potere mistico che gli attribuivano, e preferiva lasciare intatto l’alone di mistero. Chi lui fosse veramente non lo ha mai voluto rivelare, non ci ha mai tenuto a dare una propria versione della verità o della sua vita, esattamente come non ha mai voluto rivelare i segreti italiani. Andreotti non credeva che le verità servissero qualcosa in politica, specie quelle spiacevoli, per questo diceva “se su un uomo non trovate niente di buono da dire, state zitti”.

Dominò per 40 anni la politica italiana in un periodo difficile (non che ce ne siano mai stati di facili nella storia italiana). Lo sviluppo dell’Italia come potenza industriale era stato deciso già alla fine dell’800, quando l’Inghilterra era il paese modello e tutti nel mondo pensavano che uno stato moderno doveva essere industrializzato; così si sacrificò la ricchezza dell’agricoltura per creare il triangolo Torino-Milano-Genova e le cattedrali nel deserto nel meridione, non fu alla fine una scelta felice. De Gasperi e il voto degli italiani decisero di schierare l’Italia con gli americani nel patto atlantico. Morto De Gasperi arrivò Andreotti, ma a quel punto non aveva grandi possibilità di scelta: la guerra fredda imponeva un certo tipo di sviluppo economico, dal quale non ci si poteva discostare più di tanto; lo stato era troppo debole per contrastare efficacemente il fenomeno sempre più potente della mafia, che negli anni ’60 incominciò a mettere le mani sugli appalti, e nei ’70 a trafficare droga; né fu Andreotti a inventare le varie bande armate e i gruppi anarchici, comunisti, fascisti che si svilupparono in Italia. Con uno stato così debole e senza grandi spazi di manovra politica per via degli americani e della Chiesa che impedivano qualunque compromesso coi comunisti, Andreotti fu costretto a dialogare coi criminali, e a usare spesso il potere dello stato per coprirli. La Dc da sola non poteva certo fare una rivoluzione, anche perché era già corrotta al suo interno e divisa in varie correnti, a parte il fatto che Andreotti e i democristiani erano i meno adatti per un governo duro che applicasse una feroce repressione, nonostante la cattiva nome che si fece Scelba nei primi anni della repubblica. Tuttavia nel momento in cui i corleonesi alzarono la cresta facendo attentati su attentati, fu l’Andreotti che aveva collaborato con la mafia a fare la legge speciale per la carcerazione dei boss mafiosi (41 bis). Leggi tutto »

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Il tradimento e la vergogna nella società moderna

Uno dei concetti che meglio spiegano la decadenza del mondo moderno è quello di tradimento. Oggi, almeno nelle società occidentali, questa parola viene usata unicamente in ambito sessuale, è il tradimento del corpo, l’andare a letto con un’altra persona. La maggiore causa di rottura dei matrimoni e delle relazioni in genere è il tradimento, e una delle maggiori preoccupazioni degli uomini e uno degli insulti più classici è essere cornuto. Non è nulla di sorprendente per una società che ruota intorno al sesso, al piacere e all’egoismo.

Il tradimento secondo il dizionario è “ingannare qualcuno o violare un patto, venire meno a un obbligo vincolante, alla parola data”. Il fatto che oggi questa parola venga usata solo con riferimenti sessuali indica come gli altri tipi di legami, di patti e di giuramenti non esistano più o non abbiano nessun valore. Un tempo c’era, ad esempio, il tradimento della patria, specie in periodo di guerra; oggi con l’abitudine alla pace l’idea che si possa tradire la patria sembra una cosa di epoche remote, eppure i politici corrotti a loro modo sono dei traditori della patria, i poliziotti che abusano del loro potere sono dei traditori della patria, i giornalisti che fanno disinformazione coprendo decisioni criminali dell’autorità sono traditori della patria.

Ma l’uomo moderno vuole sentirsi libero dai legami, dai doveri, dal rispetto di qualcosa di superiore, usando come scusa la libertà, la democrazia e la modernità. È vero che l’eccessivo rispetto della patria fu ciò che spinse milioni di persone a morire ciecamente nella prima guerra mondiale, ma la semplice eliminazione di questo senso del dovere e della responsabilità non ha portato a un miglioramento del mondo. Se non hai niente da rispettare, niente che puoi tradire, non hai nemmeno niente per cui vivere. Si ha il mondo del consumismo, in cui tutto è monetizzato, cioè niente ha un vero valore, tutto passa, tutto si consuma, tutto è fatto per essere consumato e tutti sono fatti per consumare. Leggi tutto »

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