I cardinali e le loro voci dall’oltretomba

I funerali di don Gallo offrono involontariamente un curioso sguardo sulla vita della Chiesa e della sua gerarchia col confronto delle due orazioni funebri, quella di don Ciotti e del cardinal Bagnasco.
Don Ciotti è un “prete di strada” come lo era don Gallo, abituato a parlare alle persone da vicino e chiaramente, e a chiamare le cose col loro nome. Il cardinal Bagnasco, invece, è abituato ormai a parlare dal pulpito della cattedrale, a presenziare a cerimonie ed eventi importanti, a destreggiarsi nella politica.

È vero che nel funerale di don Gallo c’era molta “tifoseria”, molti giovani e anche meno giovani che, un po’ per la disabitudine al silenzio della chiesa, e un po’ per contestare la gerarchia ecclesiastica che aveva isolato don Gallo, si sono messi a fischiare il cardinale come se fossero allo stadio. Certo in parte questo era dovuto all’ignoranza di molti dei partecipanti, ma molta parte l’hanno avuta sia le parole di Bagnasco che il modo in cui le ha dette. Il suo discorso era una fredda biografia con un tono da comunicazione ufficiale o archivio di polizia o carabinieri, nonostante si trattasse di una persona che lui conosceva benissimo. È stato anche falso nel dire che non c’erano mai stati problemi tra loro due (mentre don Gallo più di una volta ha detto di aver litigato con i suoi vescovi, pur senza scendere mai nei particolari), a differenza di don Ciotti che ha ammesso tranquillamente di aver litigato con lui qualche volta. Il tono poi è quello tipico degli uomini di chiesa, specie dei vescovi, dei cardinali e dei papi: con voce stentorea e atona, che da l’impressione non di parlare dell’aldilà, ma di venire direttamente dall’aldilà (forse per risultare più convincenti facendo credere di conoscere di prima mano cosa c’è dopo la morte); la voce di don Ciotti è invece calda, forte, il ritmo veloce e vitale.

Poca importanza ha se ogni tanto arriva un Papa diverso dagli altri, se in generale quasi tutti gli alti ecclesiastici sono come Bagnasco. E non si capisce bene se siano promossi perché sono fatti così, o diventino così man mano che salgono di grado. Qualunque sia delle due, il risultato è che la Chiesa risulta sempre più distante dalla gente e dalla realtà, almeno in Italia, dove i vescovi e i cardinali risentono ancora del ricordo dei secoli passati in cui detenevano anche il potere politico, ed erano socialmente nettamente separati dal popolo come i nobili (e quasi sempre erano nobili loro stessi). E molto pesa la commistione col potere temporale ancora oggi, perché se Bagnasco è stato così freddo nel ricordare don Gallo, ciò è dovuto anche alle sue battaglie sociali e politiche, che la Chiesa non può avvallare perché va a braccetto col potere politico che questi problemi li causa o li ignora. Don Gallo non era scomodo solo perché criticava i vertici e l’organizzazione della Chiesa, ma anche perché criticava la politica e la commistione tra Chiesa e politica; se fosse stato semplicemente un santo come san Francesco, che se ne sta nel suo eremo vivendo una vita esemplare e basta, sarebbe stato molto più facile e tranquillo per tutti elogiarlo, perché gli eremiti di solito non creano problemi politici. San Francesco creò problemi più che altro perché spinse tanti a ritornare alla povertà originaria della Chiesa, e quindi alimentò critiche sulla ricchezza e la corruzione all’interno di essa; la Chiesa li risolse perseguitando i nuovi gruppi di frati mendicanti che si erano formati, e decretando i francescani e i domenicani come gli unici ordini simili, in questo modo chi voleva essere povero aveva una strada da seguire, e vescovi, cardinali e papi potevano vivere nella ricchezza senza subire eccessive critiche. Francesco però non criticava le gerarchie ecclesiastiche, né cercava di costruire una società diversa, non era un rivoluzionario o un riformista perché i suoi interessi erano rivolti esclusivamente al suo mondo interiore.

Finché la Chiesa non avrà il coraggio di fare santi i riformisti, se non i rivoluzionari, rimarrà sempre indietro. E ancor più dovrebbe avere il coraggio di non isolarli quando sono ancora in vita, perché anche il riconoscimento postumo sarebbe troppo poco, e alla fine ipocrita.

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Don Gallo vero prete e vero comunista

L’Italia è sempre stato un paese di etichettati ed etichettatori. Ai tempi della guerra civile tra Mario e Silla a seconda di chi aveva il potere quelli che erano sospettati di avere simpatie per il nemico periodicamente venivano perseguitati, uccisi e i loro beni sequestrati. Nel medioevo nelle città come Firenze ai tempi delle lotte tra guelfi e ghibellini succedeva lo stesso, sempre perseguitando, uccidendo e sequestrando i beni degli sconfitti. L’ultimo caso è stata la resistenza e la guerra civile tra fascisti e comunisti che ne è seguita, e che si è protratta anche dopo la pace, fino agli anni di piombo. Messe via le armi, nominalmente è continuata fino a un mese fa, quando finalmente Berlusconi ha dovuto arrendersi al fatto che non poteva più fingere di essere nemico dei comunisti, così come i finti comunisti non potevano più fingere di essere sempre stati al servizio di Berlusconi. Ma gli italiani, almeno per adesso, sono ancora abituati a queste etichette, allo stare da una parte o dall’altra.

In questa Italia un uomo come don Gallo doveva stare stretto. Un prete che aveva fatto la resistenza; che pur non desiderando l’instaurazione di un regime comunista credeva negli ideali del socialismo e che le domande che esso poneva alla società fossero legittime; che pur non rinnegando la Chiesa sosteneva la laicità dello stato e la corruzione reciproca che deriva dall’abbraccio tra il potere temporale e quello spirituale. Era facile bollarlo come “prete rosso”.
Un prete che accogli tutti, gay, trans, divorziati; che si occupa degli ultimi, dei rinnegati dalla società, e vive con loro e per loro; che vuole un rinnovamento della Chiesa, ne contesta la struttura piramidale di potere, quella morale vecchia di secoli e insensibile alla realtà presente, e quella finanziaria in cui il vaticano è proprietario di una banca e di innumerevoli immobili in giro per il mondo e soprattutto in Italia senza rendere conto a nessuno di quanti soldi ha e come li gestisce.
Era facile bollarlo come eretico.

Ma la ragione vera per cui don Gallo ha destato tanta diffidenza, quando non odio e disprezzo, è perché ha mostrato ai preti cosa vuol dire essere preti, ai comunisti cosa vuol dire essere comunista, e agli uomini cosa vuol dire essere uomo. E la gente spesso non ama questi esempi, che le ricordano che si può essere migliori, che la maggior parte delle distinzioni e delle guerre che fanno gli esseri umani sono inutili e servono solo a farci sentire dalla parte giusta della barricata.
Se i preti, i vescovi, i cardinali e il Papa non fanno i preti e pensano al rispetto del principio di autorità, all’otto per mille, ai finanziamenti per le scuole private, all’esenzione dall’imu, alla protezione degli scandali della pedofilia, alla condanna morale solo di chi ha una sessualità diversa continuando ad andare a braccetto con politici ladri e corrotti, banchieri e industriali che affamano e inquinano ma versano l’obolo, non è colpa di don Gallo.
Se i politici che dicono di essere di sinistra non hanno fatto mai nulla contro Berlusconi, non hanno mai parlato in alcun modo dei suoi crimini, hanno sempre permesso le leggi che lo hanno salvato dalla galera e fatto passare dall’essere in bancarotta a diventare uno degli uomini più ricchi del mondo, fingono di essere dalla parte dei lavoratori dicendo che l’Ilva non può chiudere per favorire i capitalisti della peggior specie, sostengono la tav perché le tangenti le ricevono anche loro e non vogliono essere da meno di quelli di destra, sostenendo di essere dalla parte dei poveri mentre guadagnano dodicimila euro al mese, più i finanziamenti pubblici e le bustarelle, e don Gallo è l’unico in questi giorni (assieme ai magistrati che indagano su Berlusconi) ad essere ancora chiamato comunista, non è colpa di don Gallo.

Gli italiani anche dopo che Mussolini pensò di farne un popolo guerriero semplicemente mettendolo in divisa, per poi scontrarsi con la dura realtà che le guerre non si vincono con le divise e le medagli al valore per meriti politici, non hanno ancora capito che non basta una tonaca per fare un prete, né una bandiera rossa per fare un comunista.

Libri di e su don Gallo

  • Tutti i libri scritti da don Andrea Gallo
  • Sulla strada con don Gallo” racconta l’esperienza vissuta da Federico Traversa – co-fondatore di Chinaski Edizioni e scrittore di strada – accanto a don Andrea Gallo, il prete da marciapiede, uno dei primi a tendere la mano a Federico, quando ancora lavorava a 600 euro al mese e in nero. Grazie a questa amicizia speciale, lo scrittore è riuscito a firmare due libri di successo insieme al Gallo, girando con lui l’Italia fra incontri e presentazioni. Il libro svela in presa diretta sia il percorso umano ed artistico di un giovane scrittore proveniente da una realtà difficile che la grande carica umana e spirituale di don Gallo, raccontandola da una posizione privilegiata.
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L’Aleijadinho, le sculture e i sogni del Brasile

Il Brasile è famoso per le sue bellezze naturali e per le sue donne, certamente non per essere la patria di grandi artisti e opere d’arte. Pochi al di fuori del Brasile lo conoscono e sanno la sua storia, in italiano non c’è nessun libro dedicato a lui, solo Montanelli gli dedicò un articolo una volta, che oggi si può ritrovare raccolto nel libri “gli incontri”. Mentre era in Brasile Montanelli rimase affascinato da questa storia, cercò in tutte le librerie una sua biografia o almeno qualche documento, ma non trovò niente. L’Aleijadinho era vissuto, se era veramente esistito, due secoli prima, quando il Brasile era ancora una colonia portoghese e le città nascevano improvvisamente là dove veniva trovato l’oro, per poi morire quando non ce n’era più. Aleijadinho non era il suo vero nome, in portoghese significa “il piccolo storpio”. Era figlio di un carpentiere portoghese e di una sua schiava nera, e fin dalla nascita aveva preso il peggio di entrambi ed era bruttissimo. Probabilmente dal padre imparò a scolpire e a fare l’architetto, e costruì diverse chiese, fino a che contrasse una malattia, che doveva essere lebbra o sclerodermia, che colpì le sue mani e i suoi piedi divorandoli e lo sfigurò, e da allora venne soprannominato Aleijadinho.

Siccome si vergognava di farsi vedere, usciva la notte accompagnato da alcuni servi, e andava a scolpire statue nelle chiese. Siccome non aveva più le dita delle mani, si fece legare uno scalpello al polso e scolpiva così. Intanto la città di Vila Rica, che era stata chiamata così per l’oro che si trovava nel fiume, si stava spopolando, perché in pochi decenni tutto l’oro che c’era era stato preso. E in questa città sempre più fantasma l’Aleijadinho continuò a vivere, e tra i 70 e gli 80 anni fece la maggior parte dei suoi capolavori, scolpiti non nel marmo (che la gente di quel posto neanche sapeva cosa fosse) ma in umile saponaria, e con strumenti certo non particolarmente raffinati. Come abbia fatto un uomo che viveva in un villaggio sperduto, con gente ignorante, senza aver mai visto un’opera d’arte o un libro, senza aver mai avuto un maestro se non un padre carpentiere, a creare statue come quelle dei dodici profeti che possono quasi rivaleggiare con Michelangelo o Donatello nessuno lo sa.

Montanelli immagina che abbia lavorato così tanto negli ultimi anni della sua vita proprio perché la città era vuota, e non doveva più vergognarsi degli sguardi della gente. E arrivato il momento della morte si è fatto trasportare tra le sue state, l’unica occupazione e l’unico amore della sua vita. E, conclude Montanelli, “guardandole, aprì il forno a ventosa che in lui teneva il posto della bocca. E per la prima volta fece, dinanzi alla morte, quel che non era mai riuscito a fare nella sua lunga vita: sorrise.”.

Diversi studiosi hanno sostenuto la tesi che l’Aleijadinho sia un mito inventato da Rodrigo Bretas in un suo libro, e che poi sia divenuto popolare perché dava ai brasiliani l’idea di avere una storia e un genio locale. Nessuno probabilmente sarà mai in grado di dimostrare la sua esistenza o la sua inesistenza, ma la storia dell’Aleijadinho è uno degli ultimi racconti che ricordano le leggende medievali, che per quanto in toto o in parte falsi sono più belli e più interessanti della storia vera. Diceva un secolo fa un occultista brasiliano che il Brasile era un paese in cui potevi sostenere di aver visto una vacca volare senza che nessuno ti prendesse per pazzo. In una terra simile, in cui si crede a spiriti come i poltergeist e si fanno ancora cerimonie magiche derivanti da antichi riti africani (ricordo un vecchio documentario degli anni ’60 in cui si vedeva una bambina sopra cui venivano sgozzati alcuni animali inondandola totalmente di sangue, con le penne che le rimanevano attaccate alla pelle facendola sembrare uno strano piccolo di uccello), non è così strano che vivano queste leggende.

Il Brasile di oggi probabilmente ha perso quasi tutto questo alone magico, è il Brasile del boom industriale ed economico, dei nuovi miliardari, della nascente superpotenza sudamericana; le industrie e i soldi distruggono sempre i sogni e le leggende. Forse l’unico sogno simile a quello dell’Aleijadinho è quello delle trans brasiliane: modellate anche loro da mani artigianali, belle spesso come statue di Michelangelo, e che come l’Aleijadinho devono lottare sempre contro gli sguardi della gente, lavorando spesso di notte, stando nascoste… perché gli eroi e le leggende spesso nascono dall’ignoranza e della crudeltà della società, come dalla sofferenza e dal desiderio di dare un senso profondo alla propria vita nascono le più belle statue, siano esse di pietra o di carne.

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