Berlusconi, Minetti, il bunga bunga e il suo significato politico

La storia di Berlusconi, Nicole Minetti, le olgettine e le feste del bunga bunga fanno sempre molto parlare in Italia, in genere con chiacchiere da pollaio che sono di ben scarso interesse. Questa vuole essere una analisi storica e politica di Berlusconi e del suo rapporto con le donne, perché chi lo difende dice sempre che si tratta della sua vita privata, ma in realtà dovrebbe essere vista con uno sguardo molto più ampio.

Non è mio interesse scendere nei dettagli delle accuse giudiziarie a Berlusconi, ma parlare più in generale del suo “metodo di gestione delle ragazze”. Una prima cosa che balza all’occhio è come Berlusconi, soprattutto negli ultimi anni, sia molto propenso alla commistione tra le ragazze di cui si circonda per il suo piacere e la politica. Nicole Minetti è stato il caso più eclatante, ma in realtà è il più innocuo e perdonabile. In una intercettazione si sente Berlusconi che riferisce a Nicole dei complimenti sul suo operato nel consiglio regionale della Lombardia che gli avevano riferito altri consiglieri del pdl e della lega, e lei reagiva tutta felice come una ragazzina. Da quella reazione e da quel dialogo si capisce che la Minetti probabilmente è una ragazza un po’ ingenua (nel senso che crede realmente a quello che scrivono Libero e il Giornale e a Berlusconi) e che desiderava fare politica, ed ha approfittato del fatto di conoscere Berlusconi per chiedergli un posto. È vero che non è un bellissimo gesto accontentarla, ma alla fine meglio la Minetti di quelli come Fiorito. Il problema non si sarebbe posto se si fosse trattato solo di un caso isolato, ma si è ripetuto tante e tante volte. Il caso più eclatante fu quello di Mara Carfagna fatta addirittura ministro, una cosa è una poltroncina come consigliere regionale e un’altra è fare la prima che capita ministro, quello dal punto di vista politico è veramente rilevante.
Qui potete vedere il video dell’intercettazione, che parte subito con questo dialogo coi complimenti a Nicole e lei che dice con un entusiasmo da ragazzina “Davvero?”:

Possiamo confrontare il comportamento di Berlusconi con quello di altri politici a riguardo di questo genere di problemi. Gheddafi è il primo esempio che salta all’occhio, Leggi tutto »

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Il partito democratico e Obama, le false promesse della democrazia Usa

Lifting the Veil è un film documentario sul partito democratico americano, e sul suo decisivo ruolo nell’ammansire tutte le rivolte organizzate contro il potere. La politica americana è molto diversa da quella italiana o del resto d’Europa, c’è sempre stata poca differenza tra i partiti in lotta, che più che altro erano divisi da una o due questioni importanti. Ad esempio se avere una politica isolazionista evitando guerre e occupazioni militari all’estero o no, oppure nell’ottocento se il presidente doveva avere un grande potere discrezionale, o se l’affrancamento dei neri doveva essere imposto con la forza o con metodi più blandi.

Il partito democratico essendo nominalmente quello più “popolare”, o quantomeno che dovrebbe fare meno l’interesse dei ricchi, diviene la speranza e il punto di riferimento di coloro che vogliono cambiamenti sociali, uno stato più assistenzialista (per quanto possa essere assistenzialista uno stato americano) e che cerca di diminuire il divario sempre crescente tra ricchi e poveri. Obama ha sempre puntato su questo tipo di presentazione per attirare voti su di se: il medicare per dare assistenza sanitaria ai poveri (senza però ammettere che i soldi semplicemente non c’erano per finanziarlo e quindi sarebbe stato necessario ristrutturare tutta l’economia americana per destinare il 15-20% del pil alla sanità), il ritiro delle truppe dall’Afghanistan e dall’Iraq (ritiro annunciato sempre come imminente prima delle elezioni, e poi sempre posticipato), la chiusura del carcere di Guantanamo (che è sempre lì con i suoi prigionieri), una politica meno guerrafondaia (ma solo nelle parole perché è stato Obama a bombardare la Libia e a fomentare la guerra civile in Siria, e i fondi per l’esercito e la Cia sono sempre aumentati di anno in anno).

Insomma il partito democratico dovrebbe essere una speranza di cambiamento per i più deboli, quelli che non vogliono vedere tutta la ricchezza dello stato americano risucchiata dalle spese militari e dal supporto alle banche e alle grandi industrie, ma in realtà non è così. I democratici servono invece per soffocare tutti i possibili moti di protesta “di sinistra”; quando nel 2011 ci fu il movimento di “Occupy Wall Street”, Obama si offrì subito di farsi carico delle sue richieste di cambiamento del mondo della finanza in cambio della fine delle proteste. Ma non ha mai cercato di riformare in alcun modo la finanza, e del resto il partito democratico e Obama sono finanziati, come i repubblicani, dalle banche e dalle aziende che prosperano grazie alle speculazioni in borsa (e che hanno bisogno dell’aiuto dello stato quando le cose vanno male), non c’è quindi ragione di pensare che potrebbero comportarsi in maniera diversa. Leggi tutto »

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La democrazia e la libertà in Giappone e in America

A dimostrazione che la democrazia è un concetto che di per sé non vuole dire nulla, e che può essere interpretato in mille modi, riporto questa storiella di Indro Montanelli sul concetto di democrazia e libertà degli americani contenuta nel suo libro sul Giappone “L’impero bonsai”, scritto quando visse lì per alcuni mesi durante l’occupazione militare americana all’inizio degli anni ’50:

Non me n’ero mai accorto perché è piccolissima: ma stamattina ho scoperto sulla Ginza la Statua della Libertà, innalzata dai giapponesi, subito dopo la sconfitta, a imitazione di quella di Nuova York. È brutta naturalmente, come brutto è il modello americano e la retorica a cui si ispira. Ma la sua particolarità consiste nella scritta che vi è scolpita: Equality, Justice, Freedom. Sono le stesse parole del prototipo nuovaiorchese, ma è diverso l’ordine in cui sono allineate, e questa diversità ha una sua piccola storia. Quando la statua fu pronta e solo mancava l’iscrizione, il sindaco di Tokyo chiese allo Scap [era il consiglio militare americano di occupazione che governava i territori occupati] quali delle tre parole andavano prima e quale per ultima. Per uno di quei malintesi che avvengono di frequente in ogni organismo burocratico, ci furono due temporanee e divergenti risposte da due uffici differenti: secondo una andava prima il Freedom, la libertà; secondo l’altra andava prima il Justice, la giustizia. Dopo aver molto discusso tra loro, le autorità municipali decisero di ricorrere all’arbitrato di Whitney, che era l’uomo più importante dello Scap dopo Mac Arthur, perché decidesse lui. Whitney, che probabilmente non ricordava, rispose che il problema era senza importanza, Libertà, Eguaglianza e Giustizia costituendo i tre pilastri egualmente fondamentali di ogni democrazia. Ma questa risposta parve assurda ai giapponesi, i quali risposero che se Libertà, Uguaglianza e Giustizia erano singolarmente elencate dovevano essere tre cose differenti; e se erano differenti voleva dire che non erano uguali, e quindi nemmeno ugualmente necessarie. Whitney si spazientì e decretò che la pensassero pure come volessero: l’importante era solo che la statua venisse inaugurata e che sulla stele ci fossero le tre parole. Allora i giapponesi, dopo un lunghissimo dibattito, stabilirono che, dal tono stesso di quella ordinanza. “si capiva benissimo che gli occidentali tenevano più all’Uguaglianza fra cose non uguali che alla Giustizia delle precedenze, e alla Libertà di riverirle in diversa maniera”. E scrissero Equality, Justice, Freedom: Equality più grossa, Justice più piccola, Freedom che quasi non si vede.

A meno di non trovare qualcuno in Giappone che ricordi questa storia, nessuno saprà mai se è stata tutta una invenzione di Montanelli vedendo le tre parole scritte male, con una grandezza un po’ diversa l’una dall’altra. Vista la perfezione della storia mi viene da pensare di sì, comunque tra tutti gli aneddoti riportati o inventati da Montanelli questo rimane il più bello.

Montanelli voleva dimostrare con tutti gli articoli scritti in Giappone e raccolti poi in quel libro, che un governo può essere più o meno giusto e avere una sua legittimità anche se non è formalmente democratico nella maniera in cui lo intendono gli occidentali, e in particolare gli americani. Anche nel caso del governo militare che aveva spinto per la guerra totale in tutta l’Asia, e non era un gran bel governo, Montanelli sottolinea come almeno non fosse la dittatura di un solo uomo, come in Italia o in Germania, riportando il dialogo con l’ammiraglio Nomura a proposito di Tojo, il ministro della guerra durante il precedente governo militare che si era assunto la responsabilità dell’attacco di Pearl Harbour ed era stato impiccato nel processo di Tokyo (l’equivalente giapponese del processo di Norimberga):

Quando chiese all’ammiraglio Nomura che cosa si sapeva dell’attacco a Pearl Harbour nei giorni precedenti, quanto Tojo lo stava preparando, la risposta dell’ammiraglio fu “E chi vi dice che Tojo preparasse qualcosa?”, e Montanelli rispose “Lo ha detto lui al processo”. Allora Nomura rispose “Certo bisognava che qualcuno si prendesse la responsabilità di quanto accaduto. Tojo lo ha fatto e per questo è morto. Quanto alla responsabilità di decidere quel che deve accadere, credete voi che un uomo solo possa prendersela? Ciò può accadere oggi che il Presidente del Consiglio, che è anche capo del partito maggioritario, non ha più nessun freno, nemmeno quello del Privato Consiglio dell’Imperatore come avveniva una volta. Vi sembra ben costruito un edificio politico in cui si possa identificare l’apice, cioè la suprema responsabilità?“.

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